Immigrazione

Tesi Programmatica

Contesto

L’andamento demografico determina la quota di persone che lavorano, producono reddito, versano contributi e quante invece necessitano di sostegno. Da ciò dipende la sostenibilità di welfare, pensioni e finanza pubblica.

Demograficamente, l’Italia è in crisi strutturale (Istat). Dopo decenni di crescita, la popolazione residente ha imboccato una traiettoria di declino: da 60,3 milioni nel 2014 a circa 59 milioni nel 2023 (Istat). Già negli anni Novanta il numero dei cittadini italiani ha iniziato a diminuire.

Il fenomeno è stato a lungo celato dal flusso di immigrati in età lavorativa, spesso con figli, che hanno occupato i posti lasciati vacanti dalla popolazione autoctona (Istat). Tuttavia, negli ultimi anni anche immigrazione e fertilità straniera sono in calo.

Il tasso di natalità è sceso a 6,4 nati per mille abitanti nel 2023 (379 mila nati), mentre il tasso di mortalità ha raggiunto 11,2 per mille (661 mila decessi) (ISTAT, Bilancio demografico 2023). Questo ha prodotto un saldo naturale negativo di oltre -280 mila unità in un solo anno, confermando la tendenza alla contrazione della popolazione.

Figura 1: Popolazione residente (di cui italiani); tassi di natalità, mortalità, di crescita totale, naturale, e migratorio netto
Anni 1862-2022, 1° gennaio (popolazione in milioni, tassi per mille abitanti). Fonte: ISTAT (2023).

Con un’età media di 46,8 anni (Istat), l’Italia — già il paese più vecchio d’Europa e il secondo al mondo — perde ogni anno centinaia di migliaia di residenti in età da lavoro, mentre aumentano i residenti in età pensionabile (FRED).

Già oggi, il tasso di occupazione è tra i più bassi d’Europa, con circa il 67,1% della popolazione tra i 20-64 occupata e il restante a carico (Eurostat).

Sempre meno lavoratori e sempre più spesa necessaria: debito e spesa pubblica non sono sostenibili (DEF 2023).

Figura 2: Sensitività del debito pubblico a un aumento/riduzione del flusso netto di immigrati (in % del PIL).
Note: Scenario A, ipotesi di base di Eurostat: flusso netto di immigrati di circa 213 mila unità medie annue, con un profilo fortemente crescente fino al 2025.
e linearmente decrescente successivamente. Fonte: MEF, DEF 2023.

Nessun miglioramento endogeno all’orizzonte: al 2023 i minori di 15 anni sono appena il 12,4% della popolazione, contro una media europea del 14,8% (Eurostat). Le generazioni più numerose devono ancora entrare nell’età pensionabile. Dunque, l’apporto migratorio è essenziale per compensare la mancanza crescente di lavoratori giovani.

Un aumento della natalità è desiderabile, ma anche se si registrasse un’inversione di tendenza, i risultati sarebbero visibili solo tra venti o trent’anni e richiederebbero livelli di fecondità superiori persino a quelli dei Paesi europei più virtuosi.

Nonostante gli incentivi, nessun modello europeo è riuscito ad avvicinarsi al livello di sostituzione delle generazioni (2,1 figli per donna), ottenendo al massimo un rallentamento della decrescita (Istat).

Figura 3: Numero medio di figli per donna (sinistra) ed età media al primo figlio (destra) nelle maggiori economie dell'UE27. Anni 2008-2023 e 2013-2023 (a) (b). Fonte: ISTAT.

Secondo i dati più recenti dell’ISTAT e del Ministero dell’Interno, nel 2024 i cittadini stranieri residenti in Italia sono circa 5,3 milioni, pari al 9% della popolazione complessiva. Con un tasso di occupazione pari al 61% del totale degli immigrati, valore superiore a quello degli autoctoni, rappresentano oltre il 10% della forza lavoro complessiva e sono impiegati soprattutto nell’industria, nell’edilizia, nell’assistenza alla persona e nell’agricoltura.

Complessivamente, contribuiscono al bilancio pubblico più di quanto ricevano, con un saldo fiscale netto superiore a quello degli italiani, principalmente in virtù della loro più giovane età (JRC Publications Repository).

L’Italia è punto di approdo per chi attraversa il Mediterraneo, terra di transito e destinazione. Sono necessarie politiche multilivello: nazionali (efficientamento degli ingressi), europee (ripartizione delle responsabilità, gestione delle frontiere esterne) e internazionali (cooperazione con Paesi di origine e transito).

Ciò richiede strategie di lungo periodo e la volontà politica di superare logiche emergenziali e securitarie.

Accanto agli aspetti economici e normativi, il fenomeno migratorio comporta sfide significative: l’inserimento di lavoratori immigrati, l’emergere delle seconde generazioni, nuovi bisogni religiosi e culturali, prevenzione alla marginalità e segregazione. Dall’adeguata governance di questi fenomeni dipende il futuro di tutti.

Problemi

Nota. Se la nozione di presenza irregolare sul territorio italiano è auto-evidente, meno chiara è la questione dell’arrivo irregolare. Finché non si entra sul territorio italiano, non è tecnicamente possibile parlare di condizione di irregolarità, abbiamo comunque voluto distinguere tra coloro che partono dotati di regolari permessi e inquadrati nelle politiche migratorie italiane (immigrazione regolare) e coloro che partono sprovvisti delle stesse sperando in una regolarizzazione ex post sul territorio italiano (immigrazione irregolare).

Governance dei flussi in ingresso

Sanatorie indiscriminate, Click Day e un sistema farraginoso di riconoscimento dei titoli riflettono politiche migratorie né capaci né interessate a valorizzare il merito, le competenze o l’investimento atto a integrarsi nella realtà linguistica e culturale italiana. Sono, invece, il riflesso di un sistema chiuso e disfunzionale di governo dei flussi migratori che spinge persino la migrazione qualificata a optare per canali irregolari di ingresso, senza alcun riconoscimento dei titoli, spesso anche al rischio della vita.

A partire dalla legge Bossi-Fini, in Italia si tenta di limitare le possibilità di arrivo regolare. Il Decreto Flussi, nato per programmare e governare l’immigrazione, di fatto viene utilizzato soprattutto per regolarizzare persone già presenti sul territorio, con contratti spesso stagionali che precipitano nuovamente i lavoratori nell’irregolarità in pochi mesi, piuttosto che per favorire nuovi ingressi legali o regolarizzazioni di lungo periodo.

L’uso improprio di questo strumento, congiuntamente a quote sistematicamente insufficienti a colmare i vuoti lasciati dal mismatch e dall’invecchiamento della popolazione italiana, satura ogni anno le quote previste. Da un lato, lasciando insoddisfatta la domanda (XIV Rapporto Annuale sugli Stranieri nel Mercato del Lavoro in Italia 2024), dall’altro rendendo l’immigrazione irregolare l’unico strumento disponibile per le molte persone che desiderano migrare.

Il che porta a un paradosso ben noto in letteratura: le politiche orientate alla chiusura dei flussi regolari finiscono per stimolare la tratta di esseri umani e la migrazione irregolare (Massey, Durand e Pren, 2016)). Detto in altri termini, a fronte di una pressione migratoria non controllabile dagli Stati, limitare i canali di immigrazione regolare significa ridurre la quota d’immigrazione su cui uno stato ha realmente controllo.

Individuiamo alcuni alcuni nodi problematici in questo sistema.

In Italia non è possibile ottenere un permesso di soggiorno per lavoro direttamente se non attraverso il canale del Decreto Flussi. I dati evidenziano la sproporzione tra domanda e offerta: nel 2023 solo l’11% dei nuovi permessi di soggiorno è stato rilasciato per lavoro; a fronte di 280.000 richieste di nulla osta, ne sono stati concessi appena 39.000 (XIV Rapporto Annuale sugli Stranieri nel Mercato del Lavoro in Italia 2024). Come già detto, una quota di questi 39 mila sono usati per regolarizzare persone già sul territorio.

In questo contesto, chi arriva irregolarmente può accedere a un permesso per lavoro quasi esclusivamente tramite sanatorie, strumenti straordinari di cui l’Italia abusa, o attraverso la conversione di altri titoli di soggiorno. Per chi arriva tramite flussi irregolari o è presente nei centri d’accoglienza, la richiesta di protezione internazionale è diventata il principale strumento di regolarizzazione, perché è spesso l’unico modo per regolarizzare, perché ci è imposta da leggi internazionali che permettono di superare i limiti posti da quelle italiane (Allievi, 2023).

In altre parole, pur avendo bisogno di lavoratori, e pur essendo il lavoro la principale ragione della migrazione, immigrare regolarmente o essere regolarizzato per ragioni di lavoro resta estremamente difficile.

A ciò si aggiunge che in assenza di politiche atte a premiare il merito e selezionare le richieste di ingresso, il fatto di avere capitale umano e la volontà di aver riconosciuti i propri titoli, invece che un vantaggio diventa un peso ulteriore dato che questo procedimento resta caratterizzato da lunghissime tempistiche e spesso assenza di chiari riferimenti normativi.

Portando le persone con capitale umano o a scegliere altre destinazioni o a rinunciare al riconoscimento dei titoli accontentandosi di lavori sotto-qualificati (ISTAT, 2023; ISTAT, 2018).

Governance dell’immigrazione sul territorio

L’attuale sistema italiano di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno presenta gravi criticità: le procedure sono lente e complesse, la Pubblica Amministrazione risulta spesso poco accessibile, con documentazione disponibile solo in italiano e scarse informazioni in altre lingue. Tutto ciò ostacola l’accesso degli immigrati al lavoro regolare, rallenta i percorsi di inserimento e favorisce fenomeni di sfruttamento.

Inoltre, i permessi rilasciati sono spesso temporanei o stagionali, privi di meccanismi di rinnovo automatico, e la mancata possibilità di continuità spinge molti lavoratori nella condizione di irregolarità. In questo modo, chi entra legalmente come lavoratore, studente o familiare rischia facilmente di diventare “irregolare” semplicemente per la scadenza di un permesso e per le enormi difficoltà burocratiche nel rinnovarlo. E chi entrato irregolarmente, anche se regolarizzato, rischia di ricadere nella condizione di irregolarità.

Molti lavoratori stranieri si trovano quindi nella trappola circolare definita da Ambrosini (Ambsrosini, 2020) di semi-regolarità: per ottenere un lavoro regolare è necessario il permesso di soggiorno, ma per ottenere il permesso di soggiorno serve un lavoro regolare. Lo stesso individuo si trova così a oscillare continuamente tra legalità e irregolarità, spesso nell’attesa di una sanatoria.

Solo chi lavora in regola contribuisce al fisco; tuttavia, anziché contrastare il lavoro irregolare, il nostro sistema finisce spesso per alimentarlo. Questa precarietà amministrativa non solo alimenta il lavoro nero, ma indebolisce complessivamente la sicurezza sociale.

A questo si aggiunge che, non solo prima di partire, ma anche una volta sul territorio è raro riuscire a vedersi riconosciuti i titoli, uno spreco di capitale umano che costringe molti lavoratori a mansioni sottoqualificate (ISTAT, 2018). Ridurre tempi e burocrazia significherebbe invece consentire a professionisti, tecnici e laureati stranieri di mettere da subito a disposizione le proprie competenze, evitando anni di inattività, dequalificazione e mesi o anni di permanenza nei centri di accoglienza (CAI), per chi arriva da irregolare.

Un sistema più rapido di riconoscimento dei titoli agevolerebbe le assunzioni e contribuirebbe a colmare i vuoti lasciati dal calo della popolazione attiva.

In generale, con o senza titoli, molti migranti giunti con l’intento di lavorare si ritrovano a trascorrere lunghi periodi nei centri di accoglienza, in attesa di una regolarizzazione che spesso assume forme poco adatte a favorire una rapida integrazione nel mercato del lavoro (alcune persino incompatibili).

Finché non ottengono un permesso adeguato, non possono superare la soglia di reddito prevista per l’Assegno Sociale (7.002,97 euro nel 2025), portando molti a trovare lavori completamente o parzialmente in nero. Quale interesse nazionale stanno proteggendo queste limitazioni e meccanismi?

Mancano inoltre percorsi di preparazione linguistica e civica nei Paesi di origine, che potrebbero favorire un’integrazione più rapida e consapevole.

Scuola e seconde generazioni

Negli ultimi decenni, una quota considerevole e spesso maggioritaria degli ingressi regolari è stata costituita da ricongiungimenti familiari. All’Italia sono affidati i figli di queste famiglie, al pari di tutti gli altri figli di questo Paese.

Di fronte alle nuove generazioni, lo Stato è chiamato dalla Costituzione a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3 Cost.). L’inclusione non si riduce all’assimilazione delle abitudini culturali, ma prevede un’integrazione alla pari che garantisca uguali opportunità.

Allo stesso tempo, come i figli degli autoctoni, il destino dei figli di stranieri è spesso profondamente legato all’origine familiare, alle sue risorse economiche, sociali e culturali (Bucca Drouhot, 2024). Con la differenza che le famiglie straniere soffrono di una maggiore marginalità e hanno in generale meno strumenti per orientare e sostenere i figli durante la propria crescita (ISTAT 2023; Lagomarsino Revecca, 2014).

A ciò si aggiunge un sistema di servizi non ancora completamente all’altezza di una società ormai plurale da decenni e che manifesta forme implicite di discriminazione (Bonizzoni, Romito e Cavallo, 2016).

Un esempio, non esclusivo, è la scuola: dove mancano spesso offerte di mediazione e recupero linguistico per gli studenti. Gli effetti di queste mancanze, unitamente al peso dei limiti genitoriali, conducono a un generale achievement gap.

I figli di stranieri dimostrano un rendimento scolastico peggiore (Invalsi, 2025), una maggiore propensione al ritardo e all’abbandono scolastico, una sotto-rappresentazione nei Licei e sovrarappresentazione nei professionali (Aktas et al., 2022), uno scarso sbocco universitario (Bozzetti, 2018) con ovvie conseguenze sulle occasioni di mobilità sociale.

Cittadinanza e diritti di appartenenza

La legge vigente che regola il processo di acquisizione della cittadinanza italiana presenta i requisiti tra i più restrittivi tra i grandi paesi europei, in particolare in merito al requisito di residenza continuativa e regolare per un periodo di 10 anni.

Tempistiche prolungate, esigenze di mobilità per cause lavorative e/o economiche, procedure burocratiche lente e poco accessibili: sono tutti fattori che, combinati, complicano il compimento del processo di integrazione attraverso la naturalizzazione.

Come è noto, queste complicazioni si riflettono in particolare sui figli di immigrati. Nel caso di minori nati su suolo italiano da cittadini stranieri (benché residenti regolarmente in Italia), non viene offerto alcun canale preferenziale di accesso alla cittadinanza.

Il processo di naturalizzazione, in questi casi, è totalmente condizionato dalle tempistiche e difficoltà dell’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei genitori.

Il che rende quotidiana la presenza di giovani cresciuti e a volte nati in Italia, che non possono votare o accedere alle professioni per cui hanno studiato.

Laicità e diritto alla libertà religiosa in un paese ormai plurale

L’immigrazione ha pluralizzato il panorama religioso in un Paese storicamente mono-religioso. In Italia, la libertà religiosa si realizza attraverso un modello concordatario basato su accordi tra Stato e confessioni e sulla legge dei “culti ammessi” del 1929 (Ferrari, 2013).

Dal 1984 lo Stato ha esteso, tramite le “intese”, diritti e tutele prima riservati alla Chiesa cattolica. Tuttavia, diversi culti presenti oggi sul territorio non hanno ancora ottenuto un’intesa, restando esclusi dal sistema di laicità vigente (Pace, 2013).

Secondo Stefano Allievi, consigliere del Ministero su questi temi, la causa principale è la mancanza di volontà politica da parte dei governi più recenti.

Inoltre, la possibilità di avere luoghi, ministri e associazioni riconosciuti come “di culto” dipende ancora dalla legge fascista del 1929, pensata per controllare, più che tutelare, le minoranze religiose (Colaianni, 2012).

Per le confessioni prive di intesa, l’esercizio del diritto costituzionale a un luogo di culto è subordinato alla discrezionalità delle amministrazioni locali, e quindi agli equilibri politici locali (Bombardieri, 2011).

Di conseguenza, alcune tra le maggiori religioni presenti in Italia restano escluse da tutele minime e dal sistema delle intese.

Sfruttamento e assenza di tutele nell’ambito sex work

L’assenza di una regolamentazione del sex work in Italia produce sfruttamento, clandestinità, insicurezza sanitaria e assenza di diritti. La condizione di vulnerabilità degli immigrati irregolari è la leva principale con cui le mafie italiane e straniere, che gestiscono intere reti transnazionali capaci di reclutare, trasportare e controllare persone attraverso violenze, minacce e ricatti economici, sfruttano le vittime in una condizione di effettiva schiavitù moderna. L’introduzione di forme di legalizzazione e regolamentazione della prostituzione potrebbe rappresentare uno strumento efficace per contrastare il fenomeno.

Proposte

Governance dei flussi in ingresso

Riteniamo necessario riformare il sistema dei Decreti Flussi introducendo una programmazione triennale con quote flessibili, basate sui reali fabbisogni del mercato del lavoro, e una selezione dei lavoratori in base a competenze ed esperienza nei settori richiesti. Il lavoro deve diventare la priorità del Decreto Flussi, riservando la maggior parte degli ingressi ai lavoratori richiesti dal mercato, collegando domanda nazionale e offerta estera, rafforzando la collaborazione tra mercato del lavoro e politiche di integrazione per colmare le carenze nei settori più critici.

L’obiettivo deve essere quello di riportare la migrazione economica entro canali regolari, offrendo alternative concrete a chi oggi è costretto a percorsi irregolari. Come evidenzia Allievi (2023, Governare le migrazioni), molti migranti già spendono migliaia di euro affidandosi a reti criminali; quelle stesse risorse potrebbero invece essere investite in biglietti aerei e corsi di formazione, favorendo un ingresso legale, sicuro e utile al mercato del lavoro italiano.

Si propone dunque di creare un canale legale per l’ingresso in Italia di migranti economici tramite tirocini e apprendistato, selezionati in base a competenze e qualifiche presentate e valutate già nel paese d’origine. I candidati dovranno seguire formazione linguistica e professionale, svolgere attività lavorative e, se idonei, verranno assunti con conversione del permesso in lavoro.

Ci si pone l’obiettivo di rendere il paese un hub attrattivo e facilmente accessibile per talenti e competenze internazionali. A tal fine, occorre sfruttare appieno il sistema di visti rapidi per lavoratori qualificati denominato “Carta Blu UE”, con una pianificazione strategica basata sul confronto con le industrie e con la realtà del mercato del lavoro. In particolare, raggiungere numeri di visti emessi comparabili con quelli dei paesi europei più virtuosi (Germania, Polonia, Francia e Austria) (European Data, Eurostat).

Riteniamo altresì fondamentale pianificare investimenti strategici e interventi di riforma su università e ricerca, nell’ottica di rendere gli atenei italiani attrattivi per ricercatori, professori e studenti internazionali, al fine di trattenerli nel mercato del lavoro italiano.

Governance dell’immigrazione sul territorio

La nostra proposta prevede che i migranti economici che hanno presentato domanda di asilo politico per motivi prevalentemente lavorativi possano rinunciare alla loro domanda a favore di un permesso di soggiorno per lavoro, a condizione che siano in possesso dei requisiti richiesti per tale permesso, lasciando che la regolarizzazione per motivi umanitari torni ad essere davvero dedicata a chi ne ha diritto.

I permessi di lavoro devono avere una durata sufficientemente lunga, almeno pari a quella del contratto in essere, con rinnovo automatico fino alla sua scadenza e sei mesi aggiuntivi per garantire stabilità e sicurezza. In questo modo si eviterebbe che i migranti ricadano in una condizione di semi-regolarità a causa della scadenza del permesso o dei ritardi burocratici dei Paesi d’origine, ad esempio nel rilascio dei documenti anagrafici.

L’iniziativa mira inoltre a snellire la burocrazia delle pratiche dei richiedenti asilo e a ridurre i costi derivanti dall’inoperosità, attraverso l’accelerazione delle procedure di riconoscimento dello status.

Si prevede inoltre di rendere la documentazione della Pubblica Amministrazione disponibile in doppia lingua, garantire sportelli in presenza con assistenza bilingue e rendere i servizi online accessibili in italiano e inglese.

Snellire le procedure amministrative per il rilascio e il rinnovo dei permessi dei titoli di studio attraverso un sistema unico, digitale e standardizzato, capace di ridurre al minimo le discrepanze tra regioni e università. Le pratiche dovrebbero essere gestite entro tempi certi (ad esempio, massimo sei mesi) e accompagnate da un meccanismo di equivalenza trasparente.

Si prevede di adottare:

  • conversioni automatiche per titoli già consolidati e comparabili;
  • percorsi integrativi mirati: esami aggiuntivi, tirocini brevi, formazione linguistica;
  • apprendistati di accompagnamento, così da garantire la piena spendibilità del titolo in Italia senza rallentare l’ingresso nel mondo del lavoro.

Riforma dei centri di accoglienza (CAI)

Per i migranti già inseriti nei centri di accoglienza, è necessario accelerare il riconoscimento dello status di protezione e consentire l’accesso rapido al lavoro sotto la supervisione dei centri per l’impiego, valorizzando le competenze e riducendo l’inattività e il rischio di sfruttamento.

Si propone inoltre un percorso di uscita progressiva dall’accoglienza, con transizione graduale dall’assistenza completa all’autonomia economica, inclusa la possibilità di contribuire al proprio mantenimento, accedere a soluzioni abitative a costi calmierati e provvedere in modo indipendente al sostentamento, mantenendo il supporto legale e documentale necessario.

Infine, i migranti economici che avevano presentato domanda di asilo come unica via di regolarizzazione dovrebbero poterla convertire in un permesso di lavoro, ottenendo un titolo di soggiorno stabile e alleggerendo i costi del sistema di accoglienza.

Scuola, seconde generazioni e cittadinanza

L’integrazione equa passa dalla scuola e dai servizi educativi. Le disuguaglianze familiari, economiche, culturali e linguistiche colpiscono in modo più marcato i figli di origine immigrata, aumentando il rischio di esclusione e marginalità. Riteniamo che compensare questi gap attraverso investimenti mirati nella scuola pubblica, nei servizi di prossimità e nel sostegno alle famiglie sia una priorità assoluta. In quest’ottica, è preferibile adottare un ciclo scolastico unico, uguale per tutti gli studenti che superi la distinzione gentiliana tra professionali e licei e che si estenda anche al pomeriggio. L’investimento su una scuola equa è la condizione per evitare devianze e conflitti futuri, e per costruire una società coesa, dove le origini non determinano il destino

Proponiamo di istituire un percorso agevolato di accesso alla cittadinanza italiana per naturalizzazione “iure scholae”, indirizzato ai cittadini stranieri regolarmente residenti che abbiano frequentato un percorso scolastico in Italia con regolarità e per un adeguato numero di anni. Riconoscere il ruolo della scuola nel formare e integrare i cittadini italiani di domani è un investimento strategico nel futuro della società italiana. In concomitanza, proponiamo la valorizzazione dello ius matrimonii, coerentemente con l’obiettivo di riconoscere e rafforzare le reti familiari transnazionali e il legame affettivo con l’Italia.

Laicità

È necessario concludere Intese con le minoranze religiose ancora prive di tutele, superare l’anacronistico principio del “culto ammesso” e introdurre procedure di riconoscimento più democratiche, anche attraverso una legge quadro sulla libertà religiosa. Occorre riformare i rapporti tra Stato e religioni garantendo pluralismo nella scuola pubblica, separazione tra potere civile e religioso e piena trasparenza nell’uso dell’8×1000. Va abolita la redistribuzione delle quote non espresse, esteso l’accesso a tutte le confessioni e accelerate le Intese, riconoscendo diritti minimi anche alle comunità ancora escluse.

Sfruttamento e assenza di tutele nell’ambito sex work

Il nostro obiettivo è legalizzare e regolamentare il lavoro sessuale, garantendo l’accesso a previdenza, assistenza, contratti e tutele legali. Proponiamo la riforma della Legge Merlin, quartieri regolamentati, permessi per migranti vittime di tratta, percorsi sanitari gratuiti e tracciabilità fiscale. Così si combatte lo sfruttamento e si restituisce dignità a migliaia di persone invisibili, garantendo sicurezza, salute, legalità e diritti fondamentali nel rispetto della Costituzione e dell’autodeterminazione individuale.

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