Negli ultimi decenni, la dinamica del cambiamento economico, sociale e culturale ha conosciuto un’accelerazione senza precedenti, alimentata dalla rapida crescita della conoscenza e dal potenziamento delle capacità tecniche di intervento concreto sulla realtà. Tale processo può essere a sua volta ricondotto a un sistema globale di formazione universitaria, accessibile a un numero sempre maggiore di persone. In sintesi, l’ecosistema universitario è il terreno di coltura da cui dipende il benessere socio-economico di ogni Paese. Di conseguenza, assicurarne il funzionamento e il continuo miglioramento dovrebbe essere tra le priorità di ogni Governo.
L’Università svolge tre funzioni chiave.
In Italia, il sistema universitario conta circa 1,96 milioni di studenti iscritti (a.a. 2023/24), con circa 386.000 laureati annui. Tuttavia, la diffusione del titolo di studio terziario rimane bassa rispetto agli standard europei: solo il 30,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato, a fronte di una media UE del 43,1% (2023). La percentuale di adulti (25-64 anni) con titolo terziario si attesta al 21,6% contro una media europea del 35,1%. Tutte queste aree mostrano criticità. Le sezioni seguenti approfondiscono problemi e soluzioni per ciascun ambito.
Il finanziamento resta uno dei principali nodi critici. L’Italia investe solo lo 0,3% del PIL nell’istruzione terziaria, contro una media UE dello 0,8%. La spesa per studente (8.800 euro) è molto inferiore rispetto a Germania (15.000) e Paesi Bassi (17.000). Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), pari a 7,6 miliardi (2022), è ancora centrato su una quota storica. I fondi competitivi, come PRIN e FIS, restano marginali: il PRIN 2022 ha avuto un tasso di successo del 20%, mentre il FIS dispone di soli 50 milioni l’anno, a fronte dei 3 miliardi della DFG tedesca.
Il finanziamento pubblico è ancora in gran parte basato su criteri storici: meno del 30% del FFO è distribuito in base alla produttività scientifica e alla qualità dell’insegnamento, riducendo la spinta all’innovazione e alla ricerca eccellente. L’assenza di autonomia salariale ostacola la competizione per i talenti. La scarsa mobilità accademica e il fenomeno del baronato (soprattutto al Sud e considerando dati di inizio 2000) penalizzano i giovani ricercatori, bloccando l’accesso a carriere stabili.
Le condizioni economiche familiari influenzano fortemente l’accesso e la permanenza agli studi. Gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito sono sottorappresentate nella popolazione studentesca. Le borse di studio sono insufficienti e discontinue: solo il 50% degli studenti le mantiene dopo il primo anno. L’Italia ha uno dei più alti tassi di studenti fuori corso in Europa. Le differenze territoriali si manifestano anche in accesso ad alloggi e disponibilità di servizi, dove è presente una forte discrepanza tra regioni del Nord e del Sud, e tassi di abbandono.
I processi amministrativi (iscrizioni, tirocini, accreditamenti) sono complessi e dispendiosi. I docenti devono dedicare tempo ad attività burocratiche – piani di studio, CFU, bandi – spesso a scapito di didattica e ricerca. Anche strumenti pensati per semplificare, come il portale MEPA, finiscono per rallentare.
Carriere poco trasparenti, mancanza di fondi e stipendi bassi comparati ad altri paesi spingono molti ricercatori a emigrare. Solo il 5% del personale accademico è straniero, contro il 30% del Regno Unito. L’immobilismo accademico è evidente: solo l’8,4% dei professori ordinari viene da atenei diversi da quello di assunzione. Le collaborazioni internazionali sono sotto la media UE, così come i corsi in inglese e l’attrattività per studenti stranieri. Questo isolamento limita l’innovazione e lo scambio scientifico.
Il valore legale del titolo di studio in Italia limita la differenziazione tra atenei, sottovalutando le competenze reali nei concorsi e favorendo l’inflazione dei titoli e il mismatch tra formazione e mercato. Secondo l’OCSE, il 35% dei laureati ha competenze non allineate al mercato e solo il 75,4% dei 30-34enni è occupato entro tre anni dalla laurea, contro l’87,7% UE. Le università telematiche, soprattutto al Centro-Sud, sono viste più come strumenti per ottenere titoli che per sviluppare competenze. Tutto questo si riflette nel limitato sviluppo di spin-off universitari, piccole e sottodimensionate, spesso dipendenti da legami accademici o sostegno pubblico, con scarsa capacità di scalare e innovare. La mancanza di sinergia tra università e industria, aggravata da vincoli normativi che impediscono ai docenti ruoli operativi in imprese, frena la cultura industriale accademica e l’orientamento della ricerca alle esigenze produttive.
Per affrontare i problemi appena esposti non bastano aggiustamenti marginali: serve una visione strategica e riformatrice, capace di trasformare radicalmente il rapporto tra università, Stato, mercato del lavoro e territori. Le proposte che seguono condividono principi cardine: valorizzazione del merito e delle competenze attraverso una sana competizione; autonomia gestionale con vera responsabilizzazione sui risultati; apertura internazionale e al mondo produttivo. Un disegno coerente per superare l’attuale modello burocratico-centralizzato e costruire un sistema dove la qualità determina le risorse e dove l’università diventa protagonista dello sviluppo economico e sociale del Paese.
Rafforzare il sistema universitario italiano richiede una riforma profonda della governance, con l’obiettivo di promuovere una reale competizione tra atenei e dipartimenti, basata sulla qualità della ricerca e della didattica. È necessario superare l’attuale rigidità istituzionale aumentando la quota premiale del FFO oltre il 30% attuale e definendo criteri oggettivi e trasparenti per l’assegnazione delle risorse. Questo passaggio deve essere accompagnato da una revisione del ruolo dell’ANVUR, che andrebbe riformata per garantire un sistema di valutazione più indipendente ed efficace, e da un rafforzamento dell’autonomia finanziaria e salariale degli atenei. Nel medio-lungo periodo, una maggiore competizione favorirebbe anche una naturale razionalizzazione del numero di atenei, con una differenziazione più chiara tra istituzioni orientate alla ricerca e altre focalizzate principalmente sull’insegnamento.
Proponiamo di rafforzare il ruolo del Direttore di Dipartimento, attribuendogli reali responsabilità gestionali su ricerca, didattica e allocazione delle risorse. L’attuale assetto collegiale, basato su logiche rappresentative ed elettive, non garantisce una vera accountability. Inoltre, la creazione dei mega-dipartimenti ha spesso generato strutture disomogenee e difficili da gestire. Occorre quindi superare la visione del Direttore come figura politica, trasformandolo in un vero line manager con poteri su carichi, linee di ricerca e premi individuali. Semplificare le procedure amministrative e responsabilizzare i decisori rappresenterebbe un meccanismo efficace per attrarre e trattenere i migliori docenti e ricercatori, avvicinando il modello italiano a quelli dei Paesi con sistemi universitari più competitivi.
La creazione di un’agenzia nazionale indipendente per la gestione dei grant competitivi, ispirata ai modelli inglese (UKRI) o tedesco (DFG), permetterebbe di distribuire e programmare le risorse in modo trasparente e continuativo. A questo si deve affiancare un aumento progressivo della quota di fondi pubblici assegnata tramite bandi competitivi, fino ad almeno il 20%, in linea con la media europea. I bandi dovrebbero essere pubblicati con cadenza regolare, secondo criteri chiari e non soggetti a modifiche arbitrarie, prevedendo una adeguata copertura dei costi indiretti (overhead). Una differenziazione interna dei programmi è necessaria, prevedendo strumenti specifici per giovani ricercatori, grandi progetti collaborativi, ricerca di base e innovazione applicata.
Infine, è essenziale introdurre strumenti efficaci per sostenere le carriere accademiche emergenti tra dottorato e stabilizzazione. Tra questi, programmi annuali di finanziamento come i grants previsti dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS) ed ispirati agli European Research Council (ERC), percorsi di tenure track con valutazioni periodiche e tempi certi, incentivi alla mobilità internazionale e un aumento delle borse di dottorato adeguato agli standard europei, sia in termini economici che in prospettive di carriera.
Il valore legale del titolo di studio ha rappresentato per anni un fattore di uniformità nazionale, ma oggi si configura come un ostacolo alla differenziazione e alla qualità. Per superare questa rigidità, è necessario ridurre o eliminare il peso del titolo di studio nei concorsi pubblici e negli esami di Stato, limitandolo a requisito d’accesso, e valorizzando maggiormente le prove selettive. L’accesso alle professioni regolamentate dovrebbe restare vincolato a esami di abilitazione rigorosi, gestiti dagli Ordini professionali, con un ruolo attivo nella verifica delle competenze e sistemi di aggiornamento continuo, in linea con modelli europei.
Un ulteriore passo decisivo riguarda gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), che dovrebbero essere trasformati in vere e proprie Università Professionalizzanti. Ciò comporta l’espansione dell’offerta con corsi terziari di VI livello EQF, con la possibilità di proseguire con corsi magistrali e il pieno riconoscimento dei crediti formativi. Questi istituti dovrebbero essere soggetti a valutazioni qualitative orientate a misurare il tasso di occupabilità, la crescita del capitale umano e l’impatto sul sistema produttivo europeo. In un’ottica di politiche attive del lavoro, andrebbero potenziate anche le opportunità offerte dai percorsi IFTS (di durata annuale), con l’introduzione di corsi ITS specializzati per settori specifici.
Le università devono rafforzare il legame con territori e imprese, diventando protagoniste dell’innovazione tramite spin-off, incubatori e collaborazioni con PMI e amministrazioni locali. Si propone di istituire meccanismi di facilitazione burocratica (ad esempio superando gli obblighi notarili), standardizzare i termsheet e aumentare le risorse per la ricerca applicata. Per incentivare l’imprenditorialità accademica si suggeriscono dottorati industriali cofinanziati, eliminazione delle incompatibilità per i docenti, valorizzazione delle esperienze di ricerca e definizione di standard condivisi con CRUI e associazioni imprenditoriali. È importante potenziare i centri universitari ad alta performance, creare reti tra Uffici di Trasferimento Tecnologico e migliorare la formazione manageriale, prendendo esempio dal programma tedesco EXIST. Introdurre meccanismi di ROI pubblico per permettere alle università di acquisire quote delle start-up che nascono dal proprio ecosistema, così che i soldi pubblici investiti in università e ricerca tornino alla collettività in forma di risorse finanziarie.
Il rilancio dell’università passa anche attraverso una nuova idea di campus: luoghi aperti, integrati e sostenibili. È necessario abbandonare il modello di università frammentata nei centri città e investire nella riqualificazione delle periferie e delle aree industriali dismesse nelle metropoli e di edifici pubblici in città medio-piccole, con l’obiettivo, ove possibile, di trasformarli in campus unici e integrati che accolgano in un solo luogo corsi, studentati, laboratori e servizi. Tali interventi, finanziati tramite la competizione sul finanziamento pubblico e partenariati privati, sono da accompagnare con un potenziamento dei trasporti e dei servizi nelle zone extraurbane, in modo da ridurre il pendolarismo e riequilibrare le disuguaglianze territoriali. L’offerta di alloggi per studenti deve crescere in modo deciso: attualmente solo il 9% degli studenti accede a residenze pubbliche, un dato da incrementare nei prossimi anni almeno coprendo gli aventi diritto, attraverso fondi pubblici e partenariati pubblico-privati. Laboratori condivisi aperti a università, imprese e startup – sul modello dei campus di Eindhoven e Delft – potrebbero rendere gli atenei italiani più attrattivi anche per studenti e ricercatori internazionali.
Le borse di studio dovrebbero essere aumentate e adeguate al costo della vita nelle varie città con l’introduzione di requisiti reddituali e di merito più stringenti. I criteri di assegnazione dovrebbero basarsi su test standardizzati armonizzati a livello europeo e su indicatori di performance (come media e velocità di carriera) tarati sulla distribuzione dei risultati nei corsi specifici del singolo ateneo. È inoltre fondamentale anticipare l’erogazione delle borse all’inizio dell’anno accademico, così da supportare concretamente gli studenti con minore accesso al credito. In parallelo, va ravvivato e potenziato lo strumento dei prestiti d’onore, rendendo permanente la garanzia statale al 100% e prevedendo condizioni di rimborso agevolate da attivare solo al raggiungimento della stabilità economica. Questo permetterebbe a chiunque di accedere all’università, indipendentemente dalle condizioni economiche di partenza.
Un ostacolo strutturale al buon funzionamento dell’università italiana è rappresentato dall’eccessiva burocrazia. È necessario procedere con decisione verso una razionalizzazione degli organi interni e una semplificazione radicale delle procedure, in particolare per ciò che riguarda la gestione della ricerca e della didattica. Per quest’ultima, limitare il numero di appelli per esame, come suggerito da numerose evidenze empiriche, ridurrebbe la dispersione accademica e il numero di studenti fuori corso promuovendo un approccio più efficiente. Investire sulla figura del tecnologo, ruolo di interfaccia tra amministrazione e accademia, è un passo strategico per alleggerire i ricercatori da compiti amministrativi permettendo loro di dedicarsi pienamente alle attività accademiche. Occorre inoltre superare strumenti burocratici inefficaci come i timesheet, che spesso si traducono in obblighi formali scollegati dalla realtà e che sottraggono tempo prezioso alla didattica e alla produzione scientifica. Questi meccanismi, invece di incentivare la qualità, finiscono per alimentare una cultura della sfiducia. Il superamento di questa cultura è essenziale. Serve passare da un modello fondato sul controllo a uno basato sulla trasparenza, la responsabilità e la competizione positiva all’interno delle comunità accademiche. Solo così sarà possibile costruire un’università più efficiente e credibile.
L’internazionalizzazione va rafforzata attraverso politiche che favoriscano la mobilità studentesca e docente, semplifichino il riconoscimento dei titoli esteri e amplino l’offerta di corsi in lingua inglese e programmi di doppio titolo. Questi interventi sono fondamentali per attrarre talenti da tutto il mondo e per fermare l’emigrazione dei migliori ricercatori italiani. Infine, la cosiddetta “terza missione” deve diventare parte integrante della strategia universitaria. Le università devono essere protagoniste dell’innovazione nei territori, attraverso la creazione di hub che uniscano formazione, ricerca e sviluppo economico. Solo così sarà possibile trasformare il sapere accademico in crescita concreta per il Paese.
L’elenco di proposte qui presentate disegna un’università realmente accessibile, dinamica e internazionale, capace di attrarre e trattenere talenti e di generare conoscenza, innovazione e impiego lavorativo; un sistema che premia l’eccellenza, valorizza il merito indipendentemente dall’origine sociale e trasforma la conoscenza in valore concreto per la collettività. Con questa riforma, università e ricerca riconquistano il loro ruolo naturale: essere motori autentici di crescita economica, coesione sociale e progresso civile.
Nei Paesi anglosassoni, come Regno Unito e Stati Uniti, il titolo non possiede valore legale: il suo peso dipende dalla reputazione e dalla qualità degli atenei. In Olanda e Germania, invece, agenzie indipendenti come la NVAO e la ZEvA assicurano l’accreditamento e il monitoraggio della qualità dei corsi (Cimino, 2015). Questo approccio consente di mantenere standard elevati senza uniformare rigidamente i titoli, stimolando la competizione e la differenziazione.
La Germania destina oltre il 35% dei fondi alla ricerca competitiva, gestiti principalmente dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG), mentre nel Regno Unito l’agenzia UKRI coordina miliardi di sterline in grant ogni anno. Negli Stati Uniti, agenzie come NSF e NIH finanziano grandi progetti con overhead fino al 40%, che coprono i costi indiretti delle istituzioni (OECD, 2020).
L’Italia ospita meno del 5% di studenti stranieri, contro l’11% della Germania e il 20% del Regno Unito (OECD, 2020).