6 Campagne per il 2026

ORA! lancia 6 campagne politiche, su 6 temi, nei primi 6 mesi del 2026

Stop alle “Stanze dell’ascolto”: la salute non è ideologia

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia ci sono circa 1.800 consultori familiari, pari a uno ogni 32.325 abitanti, un dato largamente inferiore rispetto allo standard previsto dalla Legge 34/1996, che stabilisce un consultorio ogni 20.000 abitanti. In termini concreti, i consultori sono circa il 60% in meno rispetto al fabbisogno reale.

Questi dati provengono dall’Indagine nazionale dell’ISS sui consultori familiari 2018–2019, ma è importante sottolineare che sono stati pubblicati solo nel luglio 2022. Ciò significa che le più recenti valutazioni ufficiali si basano su informazioni vecchie di almeno 4–6 anni.

Solo due Regioni e una Provincia autonoma (Valle d’Aosta, Basilicata e Provincia autonoma di Bolzano) rispettano lo standard di un consultorio ogni 20.000 abitanti, mentre in cinque Regioni e una Provincia autonoma (Lombardia, Campania, Molise, Lazio, FVG e Provincia autonoma di Trento) il bacino di utenza supera i 40.000 residenti per consultorio, cioè il doppio di quanto previsto dalla legge.

L’indagine evidenzia inoltre che i consultori sono diminuiti nel tempo: nel 1993 il rapporto era di uno ogni 20.000 abitanti, nel 2008 di uno ogni 28.000, fino alla situazione attuale. Infine, l’ISS segnala un grave sottodimensionamento del personale: le ore settimanali di ginecologi, ostetriche, psicologi e assistenti sociali risultano significativamente inferiori agli standard previsti, con forti diseguaglianze territoriali. Questo compromette la capacità dei consultori di svolgere pienamente il loro ruolo istituzionale, incluso quello centrale nell’attuazione della legge 194.

Mentre i consultori pubblici continuano a diminuire, compaiono le cosiddette “stanze dell’ascolto”. Non esistono dati ufficiali su queste strutture: non esiste un censimento nazionale, né un monitoraggio ministeriale, né standard condivisi. Di conseguenza, non sappiamo quante siano, dove siano, chi le gestisca, con quali fondi, con quali criteri o con quali obiettivi. Questa mancanza di informazioni rende la situazione profondamente problematica: rischia di creare servizi poco regolamentati, il cui impatto reale resta del tutto ignoto.

Per questi motivi, noi di ORA! esprimiamo una netta contrarietà rispetto alla delibera n. 40 del 08/01/2026, che prevede l’istituzione della cosiddetta “Stanza dell’Ascolto” presso l’Ospedale Ostetrico Ginecologico Sant’Anna di Torino. La delibera, pur presentandosi come innovativa, si limita a ripristinare quanto il TAR aveva precedentemente chiuso e non risolve i problemi strutturali di trasparenza e controllo pubblico che da sempre caratterizzano queste iniziative. Riteniamo necessario richiedere al Ministero della Salute e alle autorità regionali competenti un censimento nazionale delle “stanze dell’ascolto”, con dati trasparenti su numero, collocazione, gestione, fondi e obiettivi. Solo così sarà possibile valutare correttamente l’impatto di queste strutture e garantire che non sostituiscano o riducano i servizi pubblici previsti dalla legge 194.

A livello nazionale, questa delibera rischia di creare un precedente politico e amministrativo molto pericoloso: se altri enti regionali dovessero imitare questo modello, si aprirebbe la strada a una frammentazione del servizio sanitario e a iniziative analoghe che aggirano i principi della legge 194, compromettendone l’attuazione su scala nazionale. Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una valutazione politica, giuridica e sanitaria, fondata sui contenuti stessi della delibera e sulla reale condizione di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese.

La delibera non nasce da un’analisi dei bisogni delle donne, né da una valutazione delle criticità del sistema sanitario, ma da richieste formali avanzate da soggetti riconducibili al Centro di Aiuto alla Vita e al Movimento per la Vita. Una decisione che incide su un diritto fondamentale non può basarsi su visioni ideologiche, ma deve fondarsi su evidenze di salute pubblica e sul rafforzamento dei servizi previsti dalla legge.

La delibera richiama formalmente la legge 194, ma ne tradisce l’impianto:

  • non prevede alcun potenziamento dei consultori;
  • non affronta la loro carenza strutturale;
  • crea una struttura parallela, affidata a enti del terzo settore, collocata in ambito ospedaliero ma fuori dal perimetro del servizio sanitario pubblico.

 

 La neutralità rispetto all’IVG non è garantita, perché non esistono divieti espliciti di partecipazione per enti ideologicamente schierati, né controlli preventivi sui contenuti informativi. Lo spostamento di funzioni delicate a volontari non sanitari riduce le garanzie professionali e può esporre le donne a pressioni implicite.

In tutta la delibera mancano riferimenti a obiezione di coscienza, carenza di personale non obiettore, tempi di attesa, diseguaglianze territoriali e mobilità sanitaria. La reale barriera all’IVG oggi è l’impossibilità materiale di accedere alla prestazione, non la mancanza di ascolto.

Questa delibera:

  • non assume personale;
  • non apre nuovi servizi;
  • non garantisce tempi certi.

È una risposta simbolica a un problema reale.

 

La creazione di stanze dedicate, gestite da volontari non sanitari, introduce un percorso separato e potenzialmente colpevolizzante, senza rafforzare la legge 194.

Per queste ragioni chiediamo:

  • Il ritiro o la profonda revisione della delibera n. 40/2026.
  • L’avvio immediato di un censimento nazionale delle “stanze dell’ascolto”, con dati completi e trasparenti su gestione, personale, fondi, collocazione e obiettivi.

 

Perché i diritti non si ascoltano: si garantiscono.

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