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Minnesota o dei diritti a “geometria” variabile

Nelle scorse settimane il presidente statunitense Donald Trump ha invitato il popolo iraniano a “continuare a protestare” contro la repressione del regime di Teheran, minacciando di attaccare l’ayatollah in caso di prosecuzione delle efferatezze commesse contro la popolazione. Secondo il portavoce della Camera dei Rappresentanti Mike Johnson, in una recente intervista della BBC, tali dichiarazioni avrebbero alimentato “il fuoco della libertà”, precisando che gli “aiuti in arrivo” promessi dalla Casa Bianca vanno parafrasati come “forte sostegno morale alle genti in Iran”.

Parallelamente, negli Stati Uniti, sono emerse pratiche di gestione del dissenso che contraddicono clamorosamente questa retorica di vicinanza ai “freedom loving people”. 

Nell’ambito di una massiccia operazione contro l’immigrazione irregolare, migliaia di agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sono stati dispiegati a Minneapolis. Le operazioni hanno provocato arresti di massa, scontri, uso di gas lacrimogeni e spray urticanti, sfociando quotidianamente in sparatorie. Il culmine è stato raggiunto il 7 gennaio 2026, quando un agente federale ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Renée Nicole Good, cittadina americana di 37 anni e madre di tre figli.

A seguito di questo evento catalizzatore si sono verificati un dispiegamento militare senza precedenti e uno scontro istituzionale su più livelli:  quello militare,  tra il governo federale e le autorità locali, all’interno degli stessi apparati di giustizia. 

Nello specifico, il Pentagono ha ordinato a circa 1.500 soldati in servizio attivo di prepararsi a un possibile dispiegamento con compiti di controllo della folla e supporto alle forze dell’ordine. La Casa Bianca definisce la misura “preventiva”. Parallelamente, il governatore Tim Walz ha mobilitato la Guardia Nazionale del Minnesota. Lo scenario che si prospetta è allarmante: due corpi armati opererebbero nello stesso territorio con catene di comando separate e regole di ingaggio non chiarite.

Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha bollato come “ridicola” e “completamente incostituzionale” la situazione, denunciando di essere “invasi dal proprio stesso governo federale”. Dal canto suo, il Vice Procuratore Generale Todd Blanche minaccia l’intervento presidenziale diretto qualora le autorità locali non collaborino.

In questa escalation di tensioni, i giudici distrettuali hanno ribadito i limiti di azione dell’ICE con una formulazione che sembra fare diretto riferimento alla versione ufficiale dei fatti legati alla morte di Good. Mentre il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (Homeland Security) ha replicato con durezza, delegittimando il monito giudiziario e capovolgendo le accuse: secondo la versione federale, sarebbero stati gli “agitatori” di Minneapolis ad aggredire gli agenti, lanciare oggetti e speronre i veicoli delle forze dell’ordine. Inoltre, il Dipartimento di Giustizia ha annunciato un’indagine formale sul governatore e sul sindaco di Minneapolis per presunta ostruzione alle operazioni federali.

Ancora più inquietante è l’evoluzione dell’indagine sulla morte di Renée Good. Inizialmente l’FBI aveva aperto un’inchiesta standard sull’agente ICE che ha sparato alla donna – procedura prevista ogni volta che un agente federale usa forza letale. Tuttavia, nel giro di pochi giorni, il focus dell’indagine si è spostato radicalmente: non più l’agente sotto scrutinio, ma la vittima stessa, i testimoni presenti e i familiari, per verificare presunti legami di Good con “gruppi di attivisti”.

Il messaggio implicito è inequivocabile: se vieni ucciso da un agente federale durante una protesta, sarai tu a finire sotto inchiesta, non chi ha premuto il grilletto.

L’arrivo a Minneapolis del direttore dell’FBI Kash Patel, fedelissimo del Presidente, ha segnato un’ulteriore escalation simbolica e operativa. Patel ha parlato esplicitamente di “repressione di reti criminali locali” e “smantellamento delle infrastrutture di finanziamento dell’estremismo domestico”. 

La presenza simultanea dei massimi vertici della giustizia federale e dell’intelligence domestica in una città sotto pressione militare invia un messaggio inequivocabile: l’amministrazione intende usare ogni strumento dello Stato – dalle truppe alle procure, dagli agenti sotto copertura alle grand jury – per piegare la resistenza locale. Non si tratta più di far rispettare la legge sull’immigrazione: si tratta di imporre la sottomissione.

La crisi in Minnesota evidenzia la doppia morale dell’amministrazione Trump sul tema del dissenso. Mentre agli oppositori iraniani viene promesso sostegno morale contro la repressione, negli Stati Uniti la protesta interna viene criminalizzata e trattata come una minaccia alla sicurezza, fino a evocare l’uso dell’esercito. Il confronto non equipara i due sistemi, ma mette in discussione la coerenza politica di chi difende la libertà di manifestare all’estero e la delegittima in patria.

Proprio perché gli Stati Uniti dispongono di contrappesi istituzionali e strumenti democratici — assenti in Iran — la scelta di normalizzare la forza contro il dissenso appare ancora più stridente, rendendo il doppio standard tanto più inquietante.

La situazione a Minneapolis dunque rappresenta una crisi costituzionale e umanitaria senza precedenti nella storia recente americana. La convergenza di molteplici fattori – l’uccisione di Renee Good, il cambio di focus dell’indagine FBI, la possibile presenza simultanea di truppe federali e statali sotto comandi separati, le indagini del Dipartimento di Giustizia sui funzionari locali, e il crollo del sostegno pubblico all’operazione – crea uno scenario volatile e pericoloso.

Di fronte alla gravità di questa situazione, che coinvolge principi fondamentali di diritti civili e stato di diritto, chiediamo al governo italiano – insieme e non al margine della comunità internazionale – di assumere una chiara direzione politica, esprimendo posizioni nette sulla tutela dei diritti umani e delle garanzie costituzionali, e non giustificazioni. Di assumere leadership anziché limitarsi a osservare passivamente l’evolversi di una crisi che richiama alla memoria periodi storici bui e che potrebbe costituire un pericoloso precedente per le democrazie occidentali.

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