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Referendum giustizia: Sì, ma meglio

Contesto

In Italia quando si parla di giustizia si scivola quasi sempre su due binari sbagliati. 

Il primo è quello moralistico: magistrati “buoni o cattivi”, procure “militanti”, giudici “coraggiosi” o “inermi”. 

Il secondo è quello miracolistico: la promessa che una singola riforma possa ridurre in automatico i tempi dei processi, risolvere l’arretrato, aumentare la qualità delle sentenze e ristabilire fiducia nel sistema.


Questa riforma non è una riforma sulle sentenze, ma sull’assetto di governo della magistratura. Interviene sul vertice dell’autogoverno: il livello in cui si assumono decisioni su carriere, nomine, organizzazione interna e disciplina. In prospettiva, potrebbe anche favorire una crescita della professionalità, grazie a una maggiore specializzazione dei ruoli.

Perché questo è diventato un tema politico centrale? Perché negli anni si è consolidata una specifica criticità istituzionale. Noi abbiamo scelto, e giustamente, un livello molto alto di indipendenza della magistratura dall’esecutivo. In molti Paesi europei il pubblico ministero dipende dal Ministero, o comunque la catena di comando è più vicina al Governo. In Italia no: giudici e pubblici ministeri restano indipendenti quando giudicano o esercitano l’azione penale. Questo è un bene prezioso.

Il problema è che l’indipendenza dall’esecutivo, da sola, non costituisce una garanzia sufficiente. Se il sistema di autogoverno produce forme di dipendenza interna legate agli incentivi organizzativi, l’autonomia del singolo magistrato può risultare compromessa. Quando progressioni di carriera, nomine rilevanti e funzionamento dei vertici sono strutturalmente associati a dinamiche di coordinamento stabili e difficilmente osservabili, l’indipendenza formale rischia di ridursi per effetto del sistema stesso.

Quindi la domanda non è: questa riforma risolve tutto? No.
La domanda corretta è: questa riforma modifica l’architettura istituzionale in modo da ridurre la concentrazione del potere e aumentare l’osservabilità del sistema, senza rinunciare alle garanzie necessarie? Sì.

 

Posizionamento

La nostra posizione può essere riassunta in una formula: sì, ma meglio.
Sì, perché la direzione è giusta e il problema che affronta è reale.
Ma meglio, perché una riforma costituzionale non produce effetti automatici: apre uno spazio che deve essere riempito con regole attuative coerenti, trasparenti e pluraliste. Se quello spazio viene lasciato a metà o gestito male, il rischio è che sia  occupato da nuove opacità, invece che da nuove garanzie.

SÌ: due funzioni diverse, due governi distinti.
Il primo pilastro è la separazione delle strutture di governo: due Consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
Questa scelta ha un fondamento semplice: giudici e PM svolgono funzioni diverse, con logiche diverse, responsabilità diverse e percorsi professionali diversi. La separazione non introduce una frattura, ma recepisce una distinzione già operante nella prassi, consolidata dal codice di procedura penale del 1988, dai principi costituzionali del giusto processo e ulteriormente rafforzata dalla legislazione ordinaria successiva.

Ma meglio: evitare che la separazione sia solo un raddoppio burocratico.
Due organi separati devono essere più istituzionalmente leggibili, non semplicemente duplicati.
La riforma funziona se riduce davvero la concentrazione del potere e abbassa la posta in gioco dell’accesso ai vertici. Se invece si limita a moltiplicare passaggi formali senza incidere sugli incentivi e sulle pratiche decisionali, rischia di essere una riorganizzazione priva di effetti.

SÌ: ridurre la concentrazione del potere ai vertici.
Un CSM unico concentrava decisioni cruciali su carriere funzionalmente distinte: un accumulo di potere amministrativo in un unico snodo istituzionale. Questo ha alzato la posta in gioco e ha reso inevitabile che la competizione interna diventasse durissima e organizzata.
Due Consigli distinti ridimensionano questo effetto, riducendo la concentrazione decisionale al vertice. 

Ma meglio: rendere le scelte verificabili, motivate, trasparenti.
La frammentazione del potere è utile solo se accompagnata da regole di trasparenza più chiare e da una più adeguata motivazione delle decisioni.
Perché la vera fiducia non nasce dal semplice cambiamento dei soggetti decisori, ma dalla comprensibilità, coerenza e verificabilità delle decisioni assunte.

SÌ: separare la disciplina dal governo delle carriere.
Il terzo pilastro è la sottrazione della funzione disciplinare al Consiglio e la creazione di un’Alta Corte autonoma.
Il principio è chiaro: chi governa carriere e nomine non deve esercitare anche la funzione giudicante in sede disciplinare. La separazione riduce conflitti di ruolo e rafforza la coerenza istituzionale del sistema.
Questo chiarisce che l’autogoverno non è un circuito unitario e autoreferenziale, ma un sistema articolato di garanzie e funzioni distinte.

Ma meglio: garanzie forti, senza nuove opacità.
L’Alta Corte deve essere autonoma e istituzionalmente osservabile.
Il ricorso a un doppio grado interno viene spesso indicato come una garanzia procedurale, ma presenta profili di ambiguità che rendono decisivo il contesto regolatorio in cui opera. La credibilità del sistema disciplinare dipende infatti soprattutto dalla qualità della motivazione delle decisioni, dalla chiarezza delle regole e dall’osservabilità del processo decisionale, non dalla sola collocazione dell’organo al di fuori del CSM. L’obiettivo non è spostare il problema altrove: è rendere più credibile la disciplina, separandola dal circuito delle carriere.

SÌ: cambiare gli incentivi con il sorteggio da platea qualificata.
Qui c’è il punto più discusso: la riforma non abolisce le correnti (non le vieta e non vieta associazioni). La riforma però colpisce il “rendimento” del correntismo. 

Ma meglio: pluralismo reale anche nella componente laica.
Questo aspetto dipenderà in modo decisivo dalla legge ordinaria. Liste ampie e metodi di voto non maggioritari possono ridurre il controllo preventivo della maggioranza e favorire una selezione più pluralista. Liste strette e meccanismi maggioritari, invece, rendono il risultato largamente controllabile “a monte”.

SÌ: è una riforma abilitante, non risolutiva.
A chi dice “non riduce i tempi della giustizia”, rispondiamo: vero. Anche se i promotori più volte hanno affermato il contrario. I tempi dei processi dipendono da stratificazione normativa, procedure, organizzazione degli uffici, personale, digitalizzazione, risorse. Nessuna revisione costituzionale può incidere direttamente su questi elementi.
Questa riforma interviene su un altro nodo: l’autogoverno irrigidito e opaco. Non risolve tutto, ma rimuove una condizione che ha contribuito a rendere più difficile qualsiasi riforma ordinaria efficace.

Per questo la nostra posizione è netta: sì, ma meglio.
Sì, perché questa riforma affronta una critica reale del sistema italiano: non un deficit di indipendenza dall’esterno, ma un problema di concentrazione interna del potere.
Ma meglio, perché il referendum non è il punto di arrivo: è l’apertura di uno spazio istituzionale che deve essere riempito con regole pluraliste, trasparenti e verificabili.


Una magistratura più forte non è una magistratura più chiusa. È una magistratura più libera: dalla politica e dalle opacità dei suoi vertici.

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