Il declino di Venezia non è inevitabile. Dura da oltre cinquant’anni ed è il risultato di scelte politiche incapaci di comprendere e governare le trasformazioni economiche e sociali globali. La città si è progressivamente adattata a un modello di sviluppo debole: da un lato un’industria residuale a basso valore aggiunto, dall’altro un turismo di massa che congestiona lo spazio urbano e ne consuma il capitale storico, sociale ed economico.
Mi candido per cambiare questa traiettoria. Venezia ha le risorse, la posizione e la storia per tornare a essere una città dinamica, aperta, capace di attrarre talenti, investimenti e attività ad alto valore. Ma questo richiede una discontinuità netta nelle scelte pubbliche e nella qualità della classe dirigente.
La mia candidatura si rivolge a chi non accetta che Venezia diventi una città di rendita e consumo, invece che di produzione e innovazione.
Sono nato a Padova e cresciuto, dai 10 anni in avanti, a Mestre. Al CEP di Campalto, per essere precisi, prima che si chiamasse Villaggio Laguna anche grazie agli sforzi di mio padre. Da quelle parti il lavoro faceva parte della vita quotidiana, ed è lì che ho imparato cosa significa costruirsi qualcosa, passo dopo passo. Da quando avevo sei anni ho lavorato per poter studiare ed ho studiato per non dover lavorare in quella maniera.
Mio padre era prima bracciante e poi operaio all’Agip a Marghera. Mia madre, figlia di contadini, dopo aver lavorato da giovane, come tante donne della sua generazione, si era dedicata ai quattro figli. Sono partito per “l’America” nel 1983; le mie tre sorelle sono ancora qui e sono parte del legame di lunga durata che ho con Venezia.
All’estero ho costruito la mia carriera tra università, ricerca, economia e innovazione. Ho goduto dell’opportunità di lavorare in ambienti esigenti in tre continenti diversi. Ambienti dove si decide, si fa, si misurano i risultati e ci si assume la responsabilità delle scelte. Esperienze e battaglie che insegnano come funziona il mondo che cambia, e che ti cambiano il modo di pensarlo.
Ma c’è una cosa che non è mai cambiata: il legame con il luogo da cui sono partito. Tutto quello che ho fatto, in un modo o nell’altro, parte da lì. Dalle persone che ho incontrato, dai valori con cui sono cresciuto in questa città. Dall’idea che, se vuoi, puoi progredire e vivere meglio.
Per questo torno a Venezia. Per mettere a disposizione quello che ho imparato e per farlo qui, guardando in faccia i problemi della città, studiandoli fino in fondo e lavorandoci sopra, insieme agli amici ritrovati ed a quelli nuovi che ORA! ho acquisito.
Oggi sono in una fase della vita in cui posso scegliere cosa fare. E ho scelto di restituire alla comunità in cui sono maturato quello che le mie competenze e conoscenze, esperienze e capacità possono generare di utile. Cerco di assumermi la responsabilità di rimettere questa città su una traiettoria di crescita sostenibile nei decenni che verranno.
Venezia non è in declino per destino, ma per scelte sbagliate. Il turismo di massa e la mancanza di visione hanno impoverito la città, riducendo opportunità e qualità della vita. Serve un cambio di rotta: tornare a essere una città aperta, internazionale, capace di attrarre talenti, innovazione e lavoro di qualità.
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Una città unica trattata come periferia
Mi candido a Sindaco perché Venezia non è una città qualunque: ha una storia, una posizione geografica, un patrimonio culturale, artistico ed ambientale unici al mondo.
Eppure, per troppi decenni, è stata governata come se non lo fosse: una città di provincia con un pò di facile turismo ed un comparto industriale da preservare. Destinata a sopravvivere consumando lentamente le sue risorse senza rinnovarle, senza investire, senza rischiare, senza cambiare.
Storicamente Venezia è sempre stata una città internazionale, aperta e dinamica: una città di immigrazione e di emigrazione, di innovazione e cambiamento, di gente che si prendeva dei rischi. Una città fatta di scambi, conoscenza, movimento. Una città che cresceva perché attirava persone, idee, energie, progetti. Una città che ha innovato dal giorno 1 e che innovando è cresciuta diventando la Serenissima.
Le scelte sbagliate: turismo di massa e declino economico
Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso la classe dirigente veneziana ha rifiutato la trasformazione della città verso un’economia basata su conoscenza, innovazione e cultura. Era il “No alla terziarizzazione”, che voleva dire aggrapparsi con le unghie e con i denti (dei sussidi di stato) alla vecchia Porto Marghera mentre il terziario arretrato cominciava a corrodere la città d’acqua senza che chi la amministrava provasse a dirigerlo in una direzione sostenibile.
Al posto del cambiamento e dell’innovazione si è affermato un modello semplice ed immediato, ma molto più povero: il turismo di massa a basso valore e lo spreco di risorse nel tentativo di mantenere in citta produzioni ed attività che, inevitabilmente, non erano piu sostenibili senza abbassare drasticamente il livello del reddito di chi ci lavorava. A Marghera, ma anche a Campalto, Zelarino o alle Catene, ne sanno qualcosa.
Se questo modello avesse davvero funzionato, Venezia sarebbe ora una città ricca, con lavoro ad alto reddito e piena di opportunità diffuse. Non è così: nel Centro Storico (io lo chiamo ancora così, alla faccia del politicamente corretto che pensa di cambiare la realtà cambiando le etichette) i residenti calano vertiginosamente ed in Terraferma i redditi diminuiscono ed il degrado incalza. I giovani che possono se ne vanno, specie quelli che hanno speso di più in formazione.
La monocultura del turismo concentra i benefici su pochi e lascia indietro molti ma, soprattutto, rende la città inospitale a qualsiasi altra attività economica e crea l’illusione che si possa migliorare la propria condizione senza dover investire. Non si tratta di opporsi alle attività turistiche, ma di evitare che, congestionando lo spazio urbano, finiscano per espellere altre professionalità, costringere alla fuga chi voglia intraprendere percorsi diversi ostacolando, proprio così, la creazione di innovazione e ricchezza. In una città che avrebbe le caratteristiche per attrarre produzioni del terziario avanzato, questo effetto risulta particolarmente controproducente. Basta guardarsi intorno per capirlo.
Una città che si è chiusa: perdita di apertura e visione
Tali scellerate scelte si sono confermate ed aggravate negli anni, amministrazione dopo amministrazione. Gli ultimi dieci anni, che avevano promesso di cambiare tutto, hanno cambiato quasi nulla. Hanno accentuato la scellerata abitudine di guardarsi l’ombelico, di svendersi per quattro soldi, di confondere gli interessi personali con quelli collettivi. Soprattutto di gestire mediocremente l’esistente invece di aprirsi al mondo ed all’innovazione, della cultura internazionale, dello scambio e della produzione di conoscenze.
Così facendo si è persa anche un’altra consapevolezza fondamentale: Venezia è sempre stata una città di arrivi e partenze. È cresciuta grazie a persone venute da fuori: dalle province del Triveneto, da tutta Italia, dall’estero. Per rinascere deve ricominciare ad essere un “porto di mare”, sia nel senso dei commerci e della logistica sia nel senso della commercializzazione delle conoscenze e dell’innovazione mondiale.
Oggi prevale una visione chiusa di Venezia, come se esistesse un’identità veneziana di origine genetica che occorre preservare dall’insidia dei foresti. Ma i foresti che vengono a vivere in città per commerciare ed apprendere, assieme ai veneziani che andavano a trovare i foresti a casa loro, sono stati i motori della crescita di Venezia. Non c’e’ altra identità squisitamente veneziana che quella del Milione: uno che il mondo l’aveva girato per portarlo poi a casa.
Cambiare rotta: un Futuro per Venezia
Venezia è diventata grande proprio perché aperta. Serve riportare in città persone originali e capaci, con competenze, capitali ed energie nuove. Serve saper attrarre un’immigrazione ad alto valore aggiunto dentro una strategia chiara di sviluppo ed internazionalizzazione, capace di valorizzare un contesto unico al mondo per arte, natura e cultura.
Il risultato delle scelte fatte finora è sotto gli occhi di tutti: meno residenti, meno opportunità, meno qualità della vita.
Mi candido perché questa traiettoria non è inevitabile. È semplicemente il prodotto di decisioni sbagliate. E quindi serve il coraggio di cambiarla.
Serve smettere con la gestione a breve termine, con le soluzioni di facciata, con una politica che protegge equilibri esistenti invece di costruire futuro, con le baruffe (chiozzotte, appunto) fra contrapposti ideologismi ugualmente privi di proposte concrete, conoscenze, pragmatismo e coraggio progettuale.
Vogliamo fare di Venezia una città che attrae persone capaci e crea valore attraverso innovazione e creatività. Quel valore che poi va a migliorare la vita dei cittadini. È una questione di scelte. È una questione di leadership.
Il futuro di Venezia puo’ essere molto meglio del presente e del recente passato. E può iniziare da ORA!
INNOVAZIONE E SVILUPPO ECONOMICO
Costruire un modello economico alternativo basato sulla conoscenza, integrando università, imprese e centri di R&S e valorizzando il patrimonio della citta d’acqua attraverso le tecnologie digitali.
TURISMO, CULTURA E PATRIMONIO
Governare i flussi turistici regolando accessi e affitti brevi, compensando le esternalità negative per finanziare lo sviluppo della città. Promozione delle Culture del comune con un assessorato che ne valorizzi varietà e produttività.
SICUREZZA DEI CITTADINI
Prevenzione intelligente tramite utilizzo strategico dei dati, presenza mirata sul territorio, maggiore collaborazione con cittadini ed esercenti. La sicurezza reale si raggiunge solo con la crescita economica e la cooperazione collettiva.
DEGRADO SOCIALE
Coordinamento tra istituzioni, servizi sociali e associazioni per investire sul recupero del patrimonio pubblico e sul rafforzamento degli operatori di strada.
URBANISTICA, CASA E TRASPORTI
Ripensare i trasporti per ridare interconnessione ai quartieri della città di terra e decongestionare la città d’acqua. Avvio di un programma internazionale di cooperazione pubblico-privato per la valorizzazione della gronda lagunare.
SANITÀ E WALFARE
Sanità di prossimità con presidi diffusi sul territorio, medicina di gruppo multidisciplinare e integrazione tra servizi sanitari e abitativi, incentivi alla residenzialità e programmi di formazione per personale e professioni sanitarie.
IMMIGRAZIONE E CONVIVENZA
Gestione della convivenza, con semplificazione delle procedure amministrative, rafforzamento della mediazione culturale, politiche scolastiche contro la segregazione e maggiore coordinamento tra istituzioni e territorio.
Contattaci a boldrin.sindaco@ora-italia.it
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