Decreto carburanti: il governo proroga l’errore

Il taglio delle accise varato il 18 marzo scorso sarebbe scaduto il 7 aprile. Il Consiglio dei Ministri di oggi ha deciso di prorogarlo fino al 1° maggio, mantenendo la riduzione di 24,4 cent al litro. Con lo stesso decreto, il credito d’imposta del 20% sui carburanti – già previsto il 18 marzo per pesca e autotrasporto – viene esteso alle aziende agricole.

Il 18 marzo: com’era iniziato

Il primo decreto prevedeva: riduzione delle accise di 24,4 cent al litro per 20 giorni, crediti d’imposta per autotrasporto e pesca, e un meccanismo di monitoraggio prezzi affidato a Mister Prezzi, Antitrust e Guardia di Finanza. Costo complessivo: circa 527 milioni di euro.

La scadenza a 20 giorni non era una scelta prudente: era un rinvio. La proroga di oggi lo conferma.

La posizione di ORA!

La riduzione delle accise è lo strumento sbagliato per questo tipo di crisi.

Il prezzo dei carburanti è un segnale economico: riflette la scarsità della risorsa e orienta famiglie e imprese verso l’efficienza. Comprimerlo artificialmente blocca la riduzione dei consumi, rallenta l’adozione di tecnologie più efficienti e aumenta la vulnerabilità a shock futuri. Ogni proroga ha un costo fiscale crescente – ogni centesimo di riduzione vale circa 488 milioni di minore gettito annuo – senza risolvere nulla di strutturale.

Il meccanismo anti-speculazione è comunicazione politica: interviene sull’ultimo anello della filiera mentre il prezzo si forma nei mercati internazionali del greggio.

Sul fronte agricolo, il problema è ancora più evidente.

Il settore agricolo beneficia già di un regime fiscale strutturalmente agevolato sul gasolio – accise ridotte e IVA agevolata. Estendere ora un ulteriore credito d’imposta del 20% non è una risposta emergenziale: è aggiungere agevolazioni a un settore già agevolato. La strada più veloce per non riformare mai nulla. Il che, per questo governo, è esattamente il punto.

Le proposte di ORA!

Finché dipendiamo dal petrolio, ogni crisi geopolitica si trasforma in un problema energetico interno. I decreti d’urgenza sulle accise non risolvono questa vulnerabilità: la nascondono. Le strade strutturali sono tre.

  • Ridurre la dipendenza dal gas: diversificare le fonti energetiche per rendere il sistema più stabile e meno esposto agli shock geopolitici.
  • Rinnovabili di scala: semplificare le autorizzazioni e accelerare l’installazione di impianti di grande dimensione, rimuovendo i blocchi burocratici che frenano la transizione.
  • Nucleare: avviare subito il programma per introdurre una quota nucleare nel mix energetico nel medio-lungo periodo.

Queste sono le politiche che riducono la vulnerabilità strutturale dell’Italia. Non i rattoppi.

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