Leonardo non è una poltrona

Siamo molto preoccupati per la decisione del governo Meloni di non rinnovare il mandato di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo. Il mercato ha già espresso il suo giudizio: il titolo ha perso l’8% in due giorni, e diverse banche d’affari hanno messo in guardia esplicitamente sul timing, citando i numerosi dossier strategici aperti.

In tre anni Cingolani ha trasformato Leonardo in profondità. I ricavi sono cresciuti da 14,7 a 19,5 miliardi, il titolo ha segnato un rialzo di oltre il 400%, e l’azienda ha cambiato pelle: meno dipendente dalle piattaforme tradizionali, più orientata al digitale, al cyber, allo spazio. Soprattutto, ha acquisito un’ambizione strategica che mancava da tempo. Il programma GCAP per il caccia di sesta generazione con Regno Unito e Giappone, le alleanze strutturate con Airbus, Thales e Rheinmetall, il progetto “Michelangelo Dome” — un sistema di difesa multilivello europeo da oltre 20 miliardi pensato come alternativa sovrana ai grandi scudi esistenti — non sono operazioni marginali. Sono l’ossatura di una politica industriale della difesa finalmente all’altezza delle ambizioni che l’Italia dichiara di avere in Europa.

Sembrerebbe però che la ragione della rimozione non stia nei numeri né nella strategia, ma esattamente nel contrario: Cingolani avrebbe avuto troppa visione, troppa autonomia, troppa capacità di costruire alleanze europee che sfuggono al controllo di Palazzo Chigi. E questo, evidentemente, disturba — a Roma come all’attuale amministrazione americana che preferiscono un’Italia meno protagonista sul piano industriale, meno autonoma sui sistemi avanzati e meno integrata coi partner europei. Si torna così ai classici giochi di palazzo e alle logiche di nomina che nulla hanno a che fare con il mercato, con la strategia industriale o con l’interesse del Paese, e tutto con gli equilibri interni della maggioranza di turno.

Meloni deve spiegare agli italiani — e ai partner europei — perché, nell’anno in cui la difesa continentale è la priorità dichiarata di tutti, ha scelto di interrompere il lavoro di chi quella priorità la stava costruendo concretamente. In un momento in cui l’Europa è più esposta di quanto non lo sia stata dalla fine della Guerra Fredda, usare Leonardo come moneta di scambio in un risiko di nomine non è politica industriale: è irresponsabilità. Di questo il governo dovrà rispondere.

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