l’UE prova a cambiare rotta. Bene, ma serve di più

“L’accordo politico raggiunto tra Parlamento europeo e Consiglio UE sul Digital Omnibus sull’intelligenza artificiale è un segnale positivo. Dopo anni di iper-regolazione che hanno penalizzato le imprese europee rispetto a quelle americane e cinesi, finalmente si ammette che era necessario alleggerire il quadro normativo. ORA! lo diceva dall’inizio”, così in una nota Andrea Savi responsabile innovazione di ORA! e membro della segreteria del Partito. “Le misure introdotte vanno nella direzione giusta”spiega. “Scadenze più realistiche, una ‘sandbox’ europea, ossia uno spazio protetto a livello UE dove sperimentare le nuove soluzioni, meno burocrazia per l’IA nei macchinari industriali, agevolazioni estese alle medie imprese: questi sono passi concreti.
Ma il problema è di ben altra portata” chiarisce Savi. “Tra il 2013 e il 2024 gli investimenti privati in IA negli Stati Uniti hanno raggiunto 471 miliardi di dollari;  l’Europa si è fermata a 50. Un decimo. Il Rapporto Draghi ricorda inoltre che tra il 2008 e il 2021 il 30% delle startup europee diventate ‘unicorni’ ha trasferito la sede all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Non è solo un problema di scadenze regolatorie: è un problema strutturale, che non si risolve spostando una data di un anno. Un esempio emblematico è la sanità”. E sottolinea “il Parlamento europeo aveva chiesto di sottrarre i dispositivi medici basati su IA alle regole più severe dell’AI Act, lasciando in vigore solo il regolamento settoriale. Consiglio e Commissione hanno detto no. Il compromesso del 7 maggio non risolve il nodo: in Europa un software clinico dovrà rispettare due livelli di regole, mentre negli Stati Uniti i sistemi che mostrano le fonti e lasciano al medico la decisione finale sono esentati.
Il caso OpenEvidence ne è la prima conseguenza: l’assistente clinico americano il 28 aprile ha sospeso il servizio in Europa per ‘crescente incertezza normativa’, lasciando a piedi i medici italiani che lo usavano ogni giorno. Restano poi altri nodi” ribadisce Andrea Savi. “I parametri tecnici scelti per identificare i modelli di IA più potenti sono già stati superati dai sistemi più recenti. La sandbox europea coesisterà con 27 spazi nazionali, e c’è il rischio concreto che non si parlino tra loro, generando frammentazione invece di un vero mercato unico. E la legge italiana sull’IA, approvata a settembre 2025, aggiunge un altro livello di norme nazionali in un sistema che dovrebbe invece convergere.
La Commissione deve proseguire su questa strada con ulteriori interventi” e suggerisce “agganciare le regole ai rischi reali, non a parametri tecnici già obsoleti; ridurre le sovrapposizioni tra normative; presidiare l’effettiva integrazione tra sandbox UE e nazionali; fare pressione sugli Stati membri perché i quadri nazionali convergano invece di divergere.  La competitività europea sull’ IA non si recupera con una semplificazione a metà. Si recupera costruendo un ecosistema in cui le imprese possano nascere, crescere e restare in Europa”, conclude Andrea Savi.

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