L’ex ILVA di Taranto è uno dei casi più complessi della politica industriale, ambientale e sanitaria italiana. Lo stabilimento è un grande impianto siderurgico a ciclo integrale, inaugurato nel 1965 come polo pubblico Italsider, con una capacità fino a 10 milioni di tonnellate annue di acciaio. Per lungo tempo è stato la maggiore acciaieria d’Europa e uno dei principali insediamenti industriali del Mezzogiorno.

Nel 1995 il sito viene privatizzato e venduto al gruppo Riva. Negli anni successivi la produzione aumenta, ma gli impatti ambientali non vengono affrontati in modo adeguato. Nel 2012 l’inchiesta “Ambiente Svenduto” porta al sequestro delle aree a caldo per disastro ambientale e all’arresto dei vertici aziendali. Da quel momento il governo dichiara l’impianto di interesse strategico nazionale, nomina commissari straordinari ed emana decreti speciali per consentire la prosecuzione della produzione durante l’attuazione degli interventi ambientali. Nel 2015 ILVA entra in amministrazione straordinaria per insolvenza.

Nello stesso anno viene introdotto lo scudo penale per i gestori, con l’obiettivo di proteggerli dal rischio di essere coinvolti in procedimenti legati a problemi ambientali e di sicurezza ereditati dalle gestioni precedenti. Dopo una gara pubblica, nel 2017 ArcelorMittal viene selezionata per rilevare gli asset attraverso un contratto di affitto con obbligo di acquisto, formalizzato nel 2018. L’accordo prevede un piano industriale e ambientale, investimenti da realizzare entro il 2023 e la salvaguardia di gran parte dei posti di lavoro.

Nel 2019 la disciplina dello scudo penale viene modificata. La protezione viene limitata alle sole violazioni ambientali, escludendo salute e sicurezza sul lavoro, e successivamente la proroga viene cancellata durante la conversione del Decreto imprese; la protezione legale cessa il 6 settembre 2019. ArcelorMittal dichiara il recesso, sostenendo che quella protezione fosse un presupposto essenziale dell’accordo. Nello stesso periodo il gruppo attraversa difficoltà economiche globali ed europee e decide di ridurre di circa il 20% la produzione in Europa.

Nel 2020, dopo un negoziato con il governo, ArcelorMittal accetta di restare con l’ingresso dello Stato nel capitale. Nel 2021 Invitalia investe 400 milioni di euro per acquisire il 38% di Acciaierie d’Italia. L’assetto pubblico-privato non stabilizza il sito: la produzione resta sotto gli obiettivi, con meno di 3 milioni di tonnellate nel 2023 rispetto a un obiettivo di 4 milioni, gli impianti sono obsoleti, i fermi produttivi frequenti e i costi elevati. Nel marzo 2024 Acciaierie d’Italia viene ammessa all’amministrazione straordinaria e lo Stato torna di fatto a controllare l’impianto, avviando una nuova procedura di vendita.

La vicenda è segnata anche dal coinvolgimento delle istituzioni europee. La Commissione UE ha aperto istruttorie sugli aiuti di Stato e sulla mancata applicazione della direttiva sulle emissioni industriali. Nel 2019 la Corte Europea dei Diritti Umani, nel caso Cordella, ha stabilito che lo Stato italiano non aveva protetto adeguatamente i cittadini di Taranto dagli effetti nocivi delle emissioni. Nel 2024 la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha affermato che le autorità nazionali devono sospendere o limitare l’attività di un impianto industriale se il suo funzionamento comporta un rischio grave e significativo per salute o ambiente. Nel 2026 il Tribunale di Milano impone una revisione dell’AIA, con scadenza ad agosto 2026 per verificare la compatibilità dell’attività produttiva con la tutela della salute pubblica.

Taranto è inoltre classificata come Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche. Il polo siderurgico ha prodotto nel tempo un impatto rilevante su aria, suolo, mare e attività economiche locali. Alcuni interventi, come la copertura dei parchi minerali e l’introduzione di limiti più severi sulle diossine, hanno ridotto specifiche componenti dell’inquinamento, ma il quadro complessivo resta segnato da passività ambientali, emissioni diffuse e procedimenti di bonifica ancora incompleti.

Problema

1. Compatibilità ambientale e sanitaria

Il primo problema riguarda la compatibilità tra attività produttiva, salute pubblica e tutela ambientale. L’ex ILVA è stata a lungo tra i principali emettitori industriali italiani di diossine, polveri, IPA, benzo(a)pirene, metalli e CO2. Nel 2008 lo stabilimento emetteva circa il 90% delle diossine industriali italiane; il latte di ovini entro 10 km superava i limiti di legge, con divieto di pascolo entro 20 km e abbattimento di centinaia di capi. Nei quartieri più esposti, in particolare Tamburi e Paolo VI, le rilevazioni ambientali hanno mostrato nel tempo criticità legate a polveri sottili, benzo(a)pirene, IPA e metalli. Sul piano climatico, negli anni di pieno regime l’impianto emetteva tra 8 e 11 milioni di tonnellate di CO2 all’anno; anche con circa 2,5 milioni di tonnellate di acciaio prodotte nel 2023, le emissioni restano nell’ordine di diversi milioni di tonnellate annue.

Alcuni interventi hanno ridotto componenti specifiche dell’inquinamento: la legge regionale pugliese 44/2008 introduce un limite per le diossine pari a 0,4 ngTEQ/Nm3, mentre la copertura dei parchi minerali, completata tra 2019 e 2020 con un investimento di circa 300 milioni di euro, riduce le polveri grossolane. Tuttavia gli interventi realizzati non eliminano le emissioni diffuse né superano, da soli, i limiti strutturali del ciclo integrale a carbone.

Gli studi epidemiologici sull’area Taranto-Statte indicano eccessi di mortalità e incidenza per diverse patologie, tra cui tumore del polmone, mesotelioma e malattie respiratorie. Il Sesto Rapporto SENTIERI del 2023 conferma la persistenza di criticità sanitarie compatibili con le principali esposizioni industriali storiche e attuali del polo siderurgico. Uno studio di coorte su oltre 320.000 residenti associa incrementi di 1 ug/m3 di PM10 industriale ad aumenti della mortalità naturale e, in modo più marcato, della mortalità per cause respiratorie.

La sentenza della Corte di Giustizia UE del 2024 rafforza la necessità di verificare in modo effettivo le condizioni dell’autorizzazione ambientale. La continuità produttiva può essere mantenuta solo se compatibile con la direttiva sulle emissioni industriali, con le migliori tecniche disponibili e con la tutela della salute.

2. Instabilità industriale e proprietaria

Il secondo problema è industriale e proprietario. Dal 2012 il sito è stato gestito attraverso commissariamenti, decreti speciali, proroghe, interventi pubblici, ingresso dello Stato nel capitale e nuove procedure di vendita. Questa sequenza non ha prodotto un assetto stabile né una prospettiva produttiva consolidata.

La siderurgia europea opera inoltre in un mercato difficile, caratterizzato da sovracapacità produttiva globale, concorrenza internazionale, costi energetici elevati, costi della CO2 e investimenti necessari per la decarbonizzazione. Taranto, costruita sul ciclo integrale a carbone, richiede una riconversione tecnologica profonda se si vuole mantenere una produzione siderurgica compatibile con gli standard europei.

Il passaggio a forni elettrici, rottame, ferro preridotto e tecnologie a minori emissioni richiede investimenti di diversi miliardi di euro in un orizzonte decennale, energia competitiva, infrastrutture adeguate, tempi autorizzativi certi e un partner industriale in grado di assumere il rischio economico dell’operazione.

3. Risorse pubbliche e bonifiche

Il terzo problema riguarda l’uso delle risorse pubbliche. Dal 2012 lo Stato ha mobilitato importi rilevanti per prestiti, garanzie, ingresso nel capitale, sostegno alla gestione commissariale e bonifiche. Tra le misure principali rientrano un prestito di 400 milioni di euro nel 2015 alla gestione commissariale, un credito prededucibile di 300 milioni nel 2016, garanzie statali su circa 1,1 miliardi di finanziamenti bancari, l’ingresso di Invitalia con 400 milioni nel 2021 e trasferimenti di 680 milioni nel 2023, 320 milioni nel 2024 e 250 milioni nel 2025. Le risorse destinate alla continuità produttiva sono quindi stimate nell’ordine di miliardi di euro.

Per le bonifiche è stato costituito un Patrimonio Destinato di circa 1,157 miliardi di euro, alimentato anche dalla confisca ai vecchi proprietari. Circa 410 milioni sono stati utilizzati per interventi di bonifica e messa in sicurezza dentro il perimetro industriale, mentre circa 467 milioni risultano programmati per collinette e altre aree esterne, con avanzamento ancora limitato. Una parte rilevante del Patrimonio Destinato, fino a 300 milioni tra 2024 e 2025, viene autorizzata per esigenze di cassa della gestione straordinaria, riducendo a circa 155 milioni le risorse disponibili per future opere di decontaminazione nel 2025. In parallelo è stato istituito un fondo pubblico separato di 80 milioni per le bonifiche del SIN Taranto.

Le bonifiche esterne allo stabilimento, comprese aree urbane, Mar Piccolo, suoli agricoli e falde, procedono lentamente rispetto alla dimensione del SIN Taranto-Statte, che comprende oltre 4.300 ettari a terra e 7.000 a mare. Il Contratto Istituzionale di Sviluppo per Taranto include 151 interventi per circa 1,54 miliardi di euro, ma la spesa effettiva resta in ritardo rispetto alla programmazione.

4. Occupazione e dipendenza territoriale

Il quarto problema è occupazionale e territoriale. La crisi dell’impianto coinvolge lavoratori diretti, indotto, famiglie e attività economiche locali. Agricoltura, zootecnia, mitilicoltura, patrimonio immobiliare e servizi hanno subito effetti economici rilevanti. Il territorio resta fortemente dipendente da un grande impianto la cui sostenibilità industriale e ambientale non è ancora definita.

La tutela dei lavoratori non può essere affrontata solo attraverso la continuità formale dell’attività produttiva. Servono sicurezza sul lavoro, manutenzione, formazione, riqualificazione professionale e strumenti di politica attiva in grado di accompagnare sia uno scenario di riconversione siderurgica sia uno scenario di transizione post-siderurgica.

Soluzione

1. Decidere il futuro industriale con tempi certi

La prima proposta è chiudere la fase di emergenza attraverso una procedura di vendita con tempi certi, criteri verificabili e responsabilità definite. L’impianto, o singoli rami industrialmente autonomi, deve essere assegnato solo in presenza di offerte tecnicamente e finanziariamente credibili.

La valutazione dell’acquirente deve basarsi su solidità finanziaria, esperienza industriale, piano produttivo, piano ambientale, cronoprogramma degli investimenti, garanzie sulla sicurezza del lavoro e compatibilità con le regole europee. Ogni intervento deve essere collegato a scadenze intermedie; il mancato rispetto delle tempistiche deve comportare conseguenze automatiche, inclusa la decadenza dell’aggiudicazione.

2. Mantenere la siderurgia solo con riconversione credibile

Il mantenimento della produzione siderurgica a Taranto è possibile solo se accompagnato da una riconversione tecnologica profonda, da bonifiche accelerate e da un assetto proprietario stabile. Il ciclo integrale a carbone deve essere progressivamente sostituito o ridimensionato attraverso tecnologie compatibili con le norme vigenti sulle emissioni, come forni elettrici, rottame, ferro preridotto e soluzioni a basse emissioni quando tecnicamente ed economicamente disponibili.

Il piano ambientale deve indicare fonti emissive, tecnologie di abbattimento, livelli target coerenti con le migliori tecniche disponibili, tempi di attuazione e sistemi di monitoraggio. Polveri totali, ossidi di azoto, ossidi di zolfo, diossine, furani, metalli e altri inquinanti rilevanti devono essere monitorati secondo standard trasparenti e verificabili.

In questo scenario il ruolo dello Stato non è la gestione permanente dell’acciaieria, ma la definizione di un quadro regolatorio chiaro: autorizzazioni efficienti, controlli ambientali, infrastrutture energetiche e logistiche, trasparenza sui dati e condizioni generali di competitività. Il rischio industriale resta in capo all’investitore.

3. Definire uno scudo di conformità limitato

Per rendere investibile un sito con passività ambientali pregresse è necessario distinguere le responsabilità anteriori al subentro da quelle del nuovo gestore. Le responsabilità per fatti precedenti restano in capo ai soggetti che li hanno prodotti, secondo il principio della responsabilità penale personale.

Durante la fase di attuazione del piano ambientale approvato, il nuovo gestore può essere tutelato da uno scudo di conformità limitato e condizionato. La protezione deve riguardare solo condotte connesse all’attuazione del piano, riferite a condizioni transitorie previste e autorizzate nell’AIA. Restano esclusi dolo, falsificazioni, superamenti non autorizzati dei limiti emissivi, violazioni della sicurezza sul lavoro e condotte non collegate agli interventi approvati.

È opportuno introdurre una disciplina generale per i grandi impianti industriali in risanamento ambientale, così da evitare il ricorso continuo a norme speciali e negoziazioni caso per caso.

4. Separare bonifiche e gestione corrente

Le bonifiche devono avere risorse, tempi e governance separati dalla gestione industriale corrente. I fondi ambientali devono essere vincolati agli interventi di risanamento, con priorità alle aree più esposte e con monitoraggio pubblico dell’avanzamento.

5. Preparare una transizione post-siderurgica se mancano condizioni credibili

Se non emergono offerte industriali adeguatamente finanziate, o se la compatibilità ambientale e sanitaria non è dimostrabile, deve essere programmata una transizione post-siderurgica ordinata. Questo scenario prevede dismissione progressiva del ciclo integrale, messa in sicurezza degli impianti, bonifica integrale del sito, sostegno al reddito, politiche attive del lavoro, attrazione di nuove attività economiche e riconversione urbana e industriale del territorio.

Le risorse pubbliche oggi impiegate per sostenere la continuità produttiva devono poter essere riallocate verso bonifiche, infrastrutture, formazione, sviluppo territoriale e nuove filiere produttive compatibili con l’area.

6. Tutelare i lavoratori e rafforzare le condizioni di competitività

La tutela occupazionale deve essere collegata alla sicurezza, alla formazione e alla possibilità di transizione professionale. Il numero di lavoratori riassorbiti dipenderà dalla tecnologia adottata, dai volumi produttivi e dall’organizzazione aziendale. Per i lavoratori non riassorbiti devono essere attivati strumenti ordinari di sostegno al reddito, riqualificazione tecnica e ricollocamento.

Regione Puglia, ARPAL, agenzie per il lavoro, enti formativi e imprese possono costruire percorsi verso bonifiche, logistica, energia, manutenzione industriale, cantieristica, economia del mare e servizi avanzati. L’efficacia di questi percorsi richiede capacità amministrativa, monitoraggio e valutazione dei risultati.

Nel lungo periodo la sostenibilità di qualunque progetto industriale dipende anche da condizioni strutturali: energia stabile e competitiva, infrastrutture logistiche efficienti, tempi autorizzativi prevedibili, regole ambientali certe e un quadro fiscale non penalizzante rispetto ai concorrenti europei.

Conclusione

La posizione propone due percorsi alternativi e condizionati. Il primo è il mantenimento della siderurgia a Taranto, possibile solo con un partner industriale solido, riconversione tecnologica, bonifiche accelerate, monitoraggio ambientale e responsabilità privata del rischio industriale. Il secondo è una transizione post-siderurgica programmata, da attivare se non esistono offerte credibili o se la compatibilità ambientale e sanitaria non può essere garantita.

In entrambi i casi l’obiettivo è superare la gestione emergenziale, ridurre in modo strutturale l’impatto ambientale e sanitario, tutelare i lavoratori con strumenti concreti e favorire uno sviluppo del territorio meno dipendente da un unico grande impianto.

Riferimenti

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