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L’assetto istituzionale e territoriale italiano è caratterizzato da una fitta articolazione di enti locali e da una pluralità di livelli di governo, inquadrati nel sistema costituzionale e regolati dalla normativa ordinaria. La distribuzione delle competenze tra Stato, Regioni ed enti locali definisce un quadro di governance multilivello, all’interno del quale si collocano i processi di pianificazione territoriale, di gestione amministrativa e di programmazione delle politiche pubbliche. [1-2-3-4-5]
Parallelamente, negli ultimi decenni il territorio nazionale ha subito trasformazioni profonde, spesso guidate da logiche espansive che hanno favorito l’edificazione a scapito della produttività del suolo e della tutela ambientale. Il fenomeno del consumo di suolo, in costante crescita, ha comportato la perdita di superfici agricole e naturali, con effetti negativi sulla biodiversità, sulla resilienza climatica e sulla sicurezza idrogeologica, mentre vaste porzioni di patrimonio edilizio esistente risultano sottoutilizzate o dismesse. [6-7-8-9-10]
In questo contesto, la disciplina urbanistica riveste un ruolo centrale. Risalente al 1942, costituisce ancora oggi il principale riferimento regolatorio per le attività edilizie, un settore che incide per circa il 5% sul PIL nazionale. Il quadro normativo, articolato e stratificato – basti pensare alla riforma del Titolo V della Costituzione – coinvolge una pluralità di enti e una molteplicità di disposizioni, spesso eterogenee e di difficile coordinamento. Ciò comporta ritardi procedurali e frequenti contenziosi: secondo l’ISTAT, nel 2022 i procedimenti civili contenziosi sono aumentati del 4,8% rispetto all’anno precedente. [11-12]
In aggiunta, la Pubblica Amministrazione è in ritardo nella transizione verso modelli digitali di gestione dei dati e delle procedure, con orientamenti nazionali ed europei volti alla modernizzazione delle strutture pubbliche, alla interoperabilità e alla semplificazione dei processi amministrativi. Per la gestione delle infrastrutture, infatti, è carente nell’adozione di strumenti digitali avanzati quali il Building Information Modeling (BIM) e i sistemi informativi geografici (GIS).
Il quadro normativo e regolatorio internazionale, e in particolare gli indirizzi dell’Unione Europea relativi a digitalizzazione e sostenibilità, costituiscono un riferimento di indirizzo rilevante per le politiche nazionali e regionali, contribuendo a definire obiettivi condivisi e strumenti di coordinamento tra i diversi livelli di governo. [13-14]
Nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni italiane i nodi dell’amministrazione pubblica emergono con la stessa, ostinata regolarità: norme stratificate e incoerenti, processi frammentati, tecnologie non integrate, controlli che rallentano ma non migliorano, competenze distribuite in modo diseguale. Il risultato è un costo in produttività per cittadini e imprese, una perdita di fiducia verso le istituzioni e una difficoltà cronica a trasformare investimenti in servizi semplici, veloci, sicuri. Un’evidenza su tutte: la macchina pubblica non è immobile per mancanza di idee, ma perché la sua architettura non regge più la complessità contemporanea. [15-16]
La transizione digitale ha messo a nudo ciò che già non funzionava. Dove il dato non circola, si chiede due volte la stessa informazione; dove i sistemi non parlano tra loro, si moltiplicano moduli, allegati e passaggi manuali; dove l’organizzazione non governa per processi, l’esito dipende dalla buona volontà di pochi. Non bastano nuovi portali o un linguaggio grafico comune: servono regole più chiare, piattaforme realmente condivise, responsabilità distinguibili, controlli che misurino risultati e non solo formalità, competenze che progettino servizi attorno all’utente e non agli uffici. Le riforme già avviate, dai piani triennali alla spinta sull’identità digitale e sull’interoperabilità, hanno aperto la strada, ma l’attuazione resta disomogenea, soprattutto nei territori più piccoli, dove risorse e professionalità sono più rarefatte. [13-17]
Il rapporto tra indirizzo politico e gestione resta sfocato. La distinzione prevista dall’ordinamento viene spesso erosa da prassi che confondono ruoli e diluiscono la responsabilità dell’esito. La prevalenza di controlli preventivi di legittimità, estesi ben oltre gli atti di governo, introduce tempi aggiuntivi e incentiva una cogestione implicita in cui chi controlla orienta, ma non risponde. I controlli successivi economico-gestionali, che dovrebbero misurare costi, rendimenti e qualità percepita, sono meno sviluppati e poco comparabili tra amministrazioni. Ne deriva la “burocrazia difensiva”: meglio non decidere che rischiare.
Nei procedimenti complessi, che coinvolgono più enti e livelli di governo, gli strumenti di coordinamento ordinari non garantiscono sempre tempestività. La figura del responsabile del procedimento è isolata rispetto a pareri e subprocedimenti; quando i processi si inceppano si ricorre a commissariamenti o cabine emergenziali che risolvono l’urgenza ma non lasciano capacità. Serve un nuovo paradigma di efficienza che monitori tempi, gestisca dipendenze, attivi i rimedi e renda trasparente lo stato di avanzamento, soprattutto nelle opere e nei servizi a elevato impatto territoriale. [18]
L’interoperabilità è il tallone d’Achille della macchina pubblica. Il principio “once-only” rimane incompiuto perché manca una cornice nazionale chiara su definizione, basi giuridiche, minimizzazione, conservazione e mezzi di attuazione. La Piattaforma Digitale Nazionale Dati è sottoutilizzata, appesantita da cicli approvativi ridondanti, timori interpretativi sulla privacy e incertezze su quando replicare localmente dati critici per garantire continuità operativa. I cataloghi open data presentano qualità e aggiornamento disomogenei, con scarsa attenzione alla riusabilità.
La standardizzazione tecnologica procede a macchia di leopardo. Negli appalti ICT non è sempre vincolante l’uso di standard aperti e protocolli interoperabili. L’adozione di software open source è intermittente, benché i benefici in termini di trasparenza, concorrenza e indipendenza dai fornitori siano evidenti; la funzione OSPO è poco diffusa, il riuso del codice previsto dal CAD non diventa prassi e la sicurezza della supply chain software non adotta ovunque strumenti come SBOM e firme degli artefatti. [19]
Sul fronte della sicurezza, l’esposizione cresce. Infrastrutture legacy, sistemi frammentati e livelli di protezione non uniformi, specie nei piccoli enti, incontrano minacce in rapido aumento. L’adeguamento a NIS2 e ad altre cornici europee è diseguale; SOC e capacità di monitoraggio continuativo non sono diffusi in modo omogeneo. La cultura del rischio resta bassa e la formazione mirata, soprattutto per chi non opera nell’ICT, non è ancora sistemica. [20]
La trasformazione digitale si ferma dove mancano competenze e organizzazione per processi. Nei Comuni medio-piccoli sono rari profili come project e program manager, service designer, ricercatori UX, data engineer e data scientist, oltre a specialisti di sicurezza e privacy. Retribuzioni poco competitive, percorsi di carriera lenti e mobilità complessa rendono difficile attrarre e trattenere professionalità chiave. La collaborazione tra uffici e tra enti è episodica; la gestione per obiettivi e risultati non permea l’ordinario.
I servizi digitali sono spesso la trasposizione online di pratiche cartacee, senza reingegnerizzazione. L’esperienza utente cambia da ente a ente, l’accessibilità non è uniforme, la misurazione è carente. Manca una batteria minima di KPI condivisi, a partire dal tempo di fruizione per l’utente e dai tempi di lavorazione interni, pubblicati e confrontabili per indurre miglioramento. In assenza di trasparenza sui risultati, la spinta al cambiamento si affievolisce e gli investimenti non si trasformano in produttività. Anche la formazione civica digitale dei cittadini procede a strappi, mentre phishing e disinformazione trovano terreno fertile.
La governance territoriale e la materia urbanistica-edilizia, infine, condensano molte delle criticità già elencate. La stratificazione di leggi nazionali, regionali e regolamenti locali ha prodotto un quadro incoerente, con definizioni disallineate e pratiche divergenti. Strumenti nati per semplificare hanno spostato responsabilità senza creare certezza amministrativa, alimentando contenziosi e tempi imprevedibili. La conferenza dei servizi non sempre compone in tempi utili i pareri; le soprintendenze sono sovraccariche anche su varianti minori.
Il consumo di suolo continua a crescere nonostante l’abbondanza di aree dismesse e invendute. Manca una definizione univoca e un mercato effettivo di compensazioni che renda conveniente la rinaturalizzazione e la rigenerazione. La mappatura delle aree sottoutilizzate è incompleta; gli incentivi alla densificazione in aree già urbanizzate sono deboli. Sul piano operativo, i piani non dialogano con dati e strumenti digitali: GIS e BIM raramente sono integrati nei procedimenti, impedendo verifiche automatiche e certe sui parametri edificatori e sullo stato legittimo degli immobili. Le amministrazioni di area vasta, nelle loro funzioni residue, faticano a coordinare scelte sovracomunali su mobilità, servizi e localizzazioni produttive, con effetti a catena su costi, tempi e qualità degli insediamenti. [7-21]
Nello specifico del turismo, poi, il fenomeno dell’overtourism impatta direttamente l’azione di Comuni, Province e Regioni, concentrando la domanda in tempi e luoghi ristretti e aggravando strutture produttive frammentate e a bassa produttività. Gli effetti amministrativi sono evidenti: congestione di trasporti e servizi essenziali, pressione su alloggi, rifiuti e sicurezza urbana, stress ambientale e sul patrimonio culturale. La governance soffre di competenze sovrapposte, norme disomogenee e burocrazia che alimentano contenziosi, mentre mancano dati comparabili e soglie condivise di capacità di carico. I flussi si addensano in pochi comuni e ampliano i divari regionali, favoriscono monoculture economiche, deteriorano il tessuto comunitario e accrescono la vulnerabilità del sistema agli shock esterni.
Il quadro qui rappresentato, dettagliato ma inevitabilmente non esaustivo, non va visto come una resa dei conti, ma una base comune per un’agenda di cambiamento credibile. Mettere ordine in norme, piattaforme, responsabilità e competenze è la condizione per restituire ai territori e ai cittadini un Paese che funzioni ogni giorno e non solo nelle emergenze, incidendo davvero nella qualità della vita e nella competitività del Paese.