Con la delibera n. 96/25/CONS, pubblicata il 18 aprile 2025, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni introduce le “modalità tecniche e di processo per l’accertamento della maggiore età degli utenti” che accedono a contenuti online “a carattere pornografico”.
Il provvedimento nasce con l’obiettivo dichiarato e condivisibile di tutelare i minori, ma si fonda su presupposti deboli e genera effetti opposti a quelli desiderati.
L’esperienza internazionale dimostra che la misura è inefficace e controproducente. Nei Paesi che hanno adottato sistemi simili – Regno Unito, Francia, Stati Uniti – i controlli sono stati facilmente aggirati tramite VPN, mentre parte del traffico si è spostata verso canali non regolamentati e più pericolosi, quali Telegram e siti pirata, dove dilagano revenge porn, contenuti estremi e truffe. L’Australia, dopo uno studio approfondito, ha esplicitamente deciso di non implementare la verifica obbligatoria dell’età, riconoscendone l’inadeguatezza.
Inoltre, la misura ha effetti economici distorsivi. I costi di conformità rappresentano una barriera all’ingresso per le startup, scoraggiando l’innovazione digitale e favoriscono la concentrazione del mercato nelle mani di poche piattaforme.
Ma il problema vero è culturale. L’intera misura si regge sull’assunzione che la pornografia causi comportamenti violenti. Le principali ricerche internazionali (Ferguson e Hartley, 2022; Kohut et al., 2021) non dimostrano l’esistenza di un nesso causale tra fruizione di pornografia e aggressività. Al contempo, il Governo e la sua maggioranza, con l’emendamento al DDL Valditara sul “consenso informato in ambito scolastico”, rendono facoltativi e subordinati al consenso delle famiglie i percorsi di educazione sessuo-affettiva e all’affettività nelle scuole, scaricando la responsabilità su docenti privi della formazione necessaria. Di fatto, ciò limita fortemente la possibilità di una formazione seria e inclusiva su temi cruciali come il consenso, il rispetto reciproco e la prevenzione della violenza di genere e della diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. In questo quadro, la preoccupazione per la tutela dei minori è comprensibile, ma affrontarla tramite divieti significa ignorare l’esistenza di strumenti tecnici alternativi già in uso per filtrare i contenuti pericolosi (YouTube’s CSAI Match, Microsoft’s PhotoDNA, Google’s Content Safety API, Safer, ecc.). La vera sfida resta culturale: educare, non censurare. L’unica tutela reale passa attraverso la formazione digitale, l’educazione al rispetto e la responsabilità individuale.
Questo provvedimento è inefficace, dannoso e culturalmente regressivo: non rafforza la sicurezza dei minori, ostacola l’innovazione, e sposta l’attenzione verso misure di facciata che non affrontano il problema alla radice.
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