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L’assetto istituzionale italiano gode di caratteristiche singolari:
Nella storia italiana, sono state diverse le proposte di riforma costituzionale aventi l’obiettivo di superare il bicameralismo paritario, ma esse non riuscirono a trovare sufficiente consenso per essere approvate (Commissione Bozzi del 1983, Commissione De Mita-Jotti del 1993, Comitato Speroni del 1994, Commissione bicamerale D’Alema del 1997, Riforma Berlusconi del 2005, Riforma Renzi-Boschi 2016) a causa anche del fatto che includevano al loro interno troppe altre materie e modifiche che poco avevano a che fare con la ratio generale o che comunque le rendevano molto conflittuali.
A queste si aggiungono delle pratiche ai limiti della costituzionalità, tra l’ingerenza dell’esecutivo sul legislativo (eccessivo ricorso alla decretazione d’urgenza, questioni di fiducia, maxiemendamenti) e la riduzione dei tempi del dibattito parlamentare (per l’approssimarsi del termine di decadenza per i decreti-legge, necessità di scongiurare l’esercizio provvisorio per le leggi di bilancio, rispettare le tempistiche delle direttive UE, per rispondere alle varie emergenze e la prassi del “monocameralismo alternato”).
L’esecutivo Meloni ha proposto una revisione costituzionale della forma di governo, il c.d. “Premierato”, volta a introdurre l’elezione diretta del PDCM e un premio di maggioranza.
Dal 1993, l’Italia ha avuto sei diverse legge elettorali:
I sistemi elettorali differiscono lungo tre dimensioni:
La grandezza del collegio è il fattore principale che influenza la proporzionalità di un sistema elettorale, poiché qualsiasi risultato elettorale risulterà sproporzionato se la grandezza del collegio è ridotta, indipendentemente dalla formula elettorale. Nonostante ciò i sistemi elettorali vengono classificati in base alla loro formula elettorale (maggioritario e proporzionale). La scelta di un sistema elettorale implica almeno cinque trade-off:
La scelta di un sistema elettorale riflette visioni distinte della democrazia e si riduce a un compromesso tra dare priorità all’accountability, a scapito della rappresentanza o alla rappresentanza, sacrificando l’accountability.
Anche se la marginalizzazione del Parlamento rispecchia le tendenze ormai decennali e diffuse in tutta l’Europa, dove il centro decisionale si è spostato ad altri soggetti (il Governo, l’UE, ecc.), ciò non toglie che vi sia un forte scostamento tra prassi parlamentare e dettato costituzionale, il quale compromette il funzionamento del parlamento e la sua reputazione nei confronti della cittadinanza. Dunque, convivono sia problemi di natura strutturale che culturale, i primi risolvibili con le dovute revisioni istituzionali mentre i secondi richiederebbero un approccio alla politica da parte dei cittadini e della classe dirigente più rigoroso e competente.
In merito alla proposta di premierato, si evincono le seguenti problematicità:
La storia delle leggi elettorali italiane è costellata di problemi riguardanti la responsabilizzazione della classe politica, la frammentazione ed instabilità delle maggioranze parlamentari, il legame con gli elettori e il dibattito interno ai partiti. Infatti, il sistema attuale pone i candidati che vogliono portare avanti istanze politiche innovative rispetto al loro partito davanti ad una scelta: quella di restare e venire eletti solo se la segreteria deciderà di metterlo abbastanza in alto in una lista, oppure di contribuire alla proliferazione di partiti abbandonando l’originale per costituirne un altro tendenzialmente personalistico, in quanto spesso incentrato su una figura di spicco che si è scissa dal vecchio partito. Sempre per via del sistema elettorale attuale questa proliferazione di partiti è andata a svantaggio proprio dell’elettorato di centro, che, diviso, rischia continuamente di votare per dei partiti che non supereranno la soglia, privandolo eventualmente della propria rappresentanza parlamentare.
La proposta si articola nei seguenti punti:
L’Italia ha invece bisogno di un sistema elettorale definitivo e stabile, che bilanci al meglio la rappresentatività degli elettori e la creazione di governi stabili e responsabili nei confronti dei cittadini. Proponiamo quindi di:
Questa proposta non richiede modifiche costituzionali.
Parallelamente si propone di limitare la possibilità di approvare leggi elettorali che abbiano l’intento di favorire una parte politica a scapito di un’altra a ridosso delle elezioni. Si intende modificare l’articolo 73 della Costituzione, prevedendo che l’applicazione della legge elettorale approvata a maggioranza semplice avviene alla seconda legislatura successiva, e comunque non prima che siano trascorsi due anni e sei mesi dalla sua approvazione. Nel caso in cui l’approvazione sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei componenti delle camere, la legge elettorale si applica alla prima legislatura successiva.
Questa proposta richiede modifiche costituzionali.
L’obiettivo è aumentare la rappresentatività, e incentivare una maggiore accountability. Si propone l’adozione del sistema di voto ranked STV (Single Transferable Vote). Il sistema consente di ordinare i candidati per preferenza e assegna i seggi tramite trasferimento dei voti in eccesso e redistribuzione.
La proposta si basa su esperienze positive internazionali (Irlanda, Australia). Consente di:
Nessuna delle proposte richiede un budget straordinario.
Distribuzione dei seggi nella Camera in base ai risultati del 2018 e in base a questa nuova proposta a confronto:
La minore grandezza dei collegi elettorali aumenta la disproporzionalità, misurata tramite l’indice di Gallagher, da 3,9 a 7. Questo dato è in linea con quello della Spagna (7,6), un altro paese che utilizza collegi di grandezza medio-piccola, e inferiore a quello del Regno Unito (12,2) che adotta un sistema maggioritario. La tabella sopra mostra come i partiti minori registrino una forte riduzione nella propria quota di seggi. Non è possibile confrontare il cambiamento nel numero assoluto di seggi a causa della riduzione del numero di deputati rispetto a quelli eletti nel 2018. Tuttavia, possiamo comunque osservare il cambiamento percentuale: Liberi e Uguali (-2,22 pp, -100%), PD (+4,22 pp, +23,7%), M5S (+1 pp, +2,7%), FI (+3 pp, +18,1%), Lega (+0,7 pp, +0,36%), FdI (-4,74 pp, -90,5%). I partiti più grandi beneficiano a scapito di quelli più piccoli. Infatti, il numero effettivo di partiti legislativi, una misura inversa dell’accountability, diminuisce da 4,33 a 3,81. Una limitazione di questa analisi è che è statica, dato che è impossibile sapere quali sarebbero stati i risultati nel 2018 con un’altra legge elettorale.
Nei sistemi ranked, esiste un fenomeno chiamato “donkey vote”, cioè la tendenza di un elettore di votare tutti i membri del suo partito di preferenza in ordine dal più in alto nella scheda al più in basso. Questo favorisce i candidati con iniziali vicine alle prime lettere dell’alfabeto. Per contrastare il fenomeno, proponiamo che l’ordine dei candidati in ogni lista sia casuale. In questo modo il donkey vote non viene eliminato ma la distorsione viene distribuita equamente. Un elettore informato, invece, non percepisce alcuna differenza. Data la natura “candidate-oriented” del sistema STV, la presenza di liste è puramente indicativa. Tuttavia, per semplificare il compito dell’elettore non abituato ad informarsi sui singoli candidati, si può fornire la possibilità di esprimere preferenze per liste complete, da interpretare come
l’elettore può esprimere quante preferenze voglia,
nonostante non ci siano liste che possano ricevere voti, l’elettore per esprimersi sui partiti di cui non conosce i candidati potrebbe anche avere la possibilità di indicare l’intera lista, il voto però non sarebbe condiviso ma scorrerebbe tra i candidati nell’ordine presente nella scheda, il fatto che l’ordine dei candidati sarebbe diverso per ogni scheda e casuale ridurrebbe al minimo la possibilità di vantaggi iniqui tra i candidati.
il voto della “lista” va interpretato in questo modo:
In questo esempio
il voto della “lista” va interpretato in questo modo:
In questo esempio
In questo esempio