La nostra Costituzione sancisce il principio dell’universalità dell’istruzione e il diritto allo studio: «La scuola è aperta a tutti […] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34).
La Repubblica è chiamata a rendere effettivo questo diritto, che si lega all’affermazione del principio di uguaglianza sostanziale (Art. 3).
Il sistema include scuole statali e non statali, di cui molte hanno chiesto e ottenuto la parità in base all’Art. 33. Le paritarie accolgono meno studenti ma sono numerose. La loro incidenza varia per ordine e grado e per regione.
I servizi educativi coprono l’intero percorso dalla prima infanzia fino alla formazione superiore e continua. Si articolano in: servizi educativi per l’infanzia (0-3 anni) e scuola dell’infanzia (3-6 anni), non obbligatori ma molto diffusi e considerati parte integrante del percorso formativo; scuola primaria (6-11 anni); scuola secondaria di primo grado (11-14 anni); scuola secondaria di secondo grado (14-19), divisa in tre tipologie (licei, istituti tecnici e istituti professionali), con durata quasi sempre quinquennale ed Esame di Stato finale, che rilascia un diploma con valore legale, utile per l’accesso alla formazione terziaria.
L’obbligo scolastico è disciplinato dalla l. 27 dicembre 2006, n. 296, che all’articolo 1, comma 622, prevede che: «L’istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno d’età». Si distingue l’obbligo scolastico dal diritto-dovere di istruzione e formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica professionale triennale entro il 18° anno di età, in base a quanto previsto dal D.lgs. 15 aprile 2005, n. 76.
Nell’a. s. 2024/25 si contano:
Il sistema scolastico italiano risale al XIX secolo e si è gradualmente esteso e unificato. Le riforme più significative avvengono nel XX secolo. Fra queste, una particolare importanza ha la riforma Gentile (1923), che riflette una concezione selettiva e aristocratica dell’educazione, introducendo percorsi differenziati e accesso limitato alle facoltà universitarie e stabilendo il primato della formazione umanistica su quella scientifica e tecnica (un pregiudizio all’origine della gerarchia implicita fra tipologie di scuola secondaria di secondo grado, che resiste ai giorni nostri).
Si deve attendere la Costituzione del 1948 perché la neonata Repubblica italiana operi una scelta a favore di una scuola democratica, e il 1962 per l’istituzione della scuola media unica e obbligatoria, che permette l’accesso a tutte le scuole superiori. Negli anni Novanta, il legislatore interviene in materia scolastica con il Testo Unico (1994) e con il fondamentale Regolamento in materia di istituzioni scolastiche (D.P.R. n. 275/1999), in attuazione della l. n. 59/1997 sul decentramento amministrativo: nasce l’autonomia scolastica sul piano finanziario, organizzativo e didattico.
L’ultimo significativo tentativo di riforma è stato la cd. Buona Scuola (l. 107/2015), cui sono seguiti decreti di attuazione ma anche abrogazioni e modifiche da parte dei governi che da allora si sono succeduti. La difficoltà politica di intervenire in un ambito caratterizzato da stratificazione normativa e da un personale fortemente sindacalizzato e talora ostile al cambiamento accentua il ritardo italiano, evidenziato dai confronti internazionali, mentre società, famiglie e istituzioni non sempre appaiono consapevoli del legame fra qualità del sistema educativo, crescita economica e benessere.
Nel quadro appena illustrato si registrano criticità strutturali che incidono sulla qualità formativa e sull’equità sociale. Una scuola che non riduce le disparità educative e non funge più da ascensore sociale disattende il mandato costituzionale che le riconosce un ruolo emancipativo.
Difficoltà nei passaggi fra scuole. Le tipologie di scuola secondaria di secondo grado non sono comunicanti: chi si iscrive a un professionale raramente passa a un liceo. L’effetto di questi percorsi “a binari paralleli” è un irrigidimento dei destini formativi e professionali, con conseguente scarsa mobilità sociale.
Attività pomeridiane insufficienti. Dopo la campanella che segna la fine delle lezioni, la scuola italiana abbandona i propri studenti, lasciando i più senza supporto e aumentando i divari sociali e la dispersione scolastica. Molti studenti non hanno accesso alla mensa e ad attività strutturate in orario pomeridiano, con danno educativo per i più fragili e ricadute sul tempo di lavoro delle famiglie e sull’occupazione femminile.
Ghettizzazione. La dispersione scolastica resta un problema grave: nel 2024, il 9,8% dei giovani tra 18 e 24 anni ha abbandonato precocemente gli studi, con punte molto più alte al Sud e fra gli studenti stranieri (ISTAT). La dispersione implicita (studenti diplomati ma privi di competenze minime) riguarda quasi il 10% dei giovani. Il bilancio è preoccupante: la scuola secondaria (e la tripartizione della scuola secondaria di secondo grado in particolare) riproduce o amplifica le disuguaglianze a livello intergenerazionale.
Il sistema scolastico italiano per la scuola dell’infanzia e primaria vanta un modello pedagogico efficace, ma presenta comunque alcune criticità. I servizi educativi e di cura per la prima infanzia (0-6 anni) godono di un’elevata, ma non universale fruizione. Eppure un apprendimento prescolare di alta qualità svolge un ruolo importante nel ridurre le disuguaglianze socio-economiche esistenti all’inizio del percorso scolastico (UNICEF). Le carenze finanziarie della primaria si riflettono in strutture obsolete, classi sovraffollate e attrezzature tecnologiche insufficienti, ma anche nella mancanza di personale specializzato, che ritarda le diagnosi precoci di disabilità e disturbi del neurosviluppo.
Secondo i più recenti dati PISA, l’Italia è sotto la media OCSE in Scienze e in linea in Matematica, ma il 35% della popolazione adulta ha competenze numeriche minime e il 46% fatica a risolvere problemi complessi. I dati INVALSI mostrano che fra terza media e quinta superiore le competenze migliorano poco o nulla, specie in istituti tecnici e professionali.
Dislivelli geografici e interscolastici sono marcati: al Sud abbandono e dispersione sono più alti; nelle prove INVALSI i licei superano costantemente la media nazionale, mentre gli istituti professionali riportano esiti nettamente inferiori. Il background familiare, inoltre, incide già dalla primaria. Esiste una disuguaglianza valutativa che si rileva nei voti di maturità, i quali non riflettono le competenze misurate da INVALSI e non sono confrontabili.
La scuola italiana registra alti tassi di ripetenza e di abbandono, il che si traduce in pochi studenti che accedono alla formazione terziaria e nella mancanza di capitale umano altamente specializzato. Solo il 6,6% dei diplomati professionali e il 20,95% dei tecnici accede all’università, contro oltre il 70% dei liceali. L’Italia resta così fra i Paesi OCSE con meno laureati nella fascia di età 25-34 anni e con alta quota di NEET.
Nella scuola superiore italiana la didattica è storicamente legata a pratiche trasmissive che non favoriscono lo sviluppo del pensiero critico e delle capacità di problem solving. Se nell’insegnamento delle materie umanistiche dominano lo storicismo nozionistico e l’uso quasi esclusivo del manuale, in quello delle discipline STEM prevalgono l’apprendimento mnemonico e la decontestualizzazione dei contenuti, con scarsa attenzione al ragionamento e alla comunicazione del processo.
Per quanto riguarda i criteri e le modalità della valutazione, la prova sommativa resta di gran lunga la più diffusa, nonostante le ben note e documentate criticità (voti opachi, feedback tardivi). Il ricorso alla valutazione formativa avviene in modo frammentario e spesso affidato alla buona volontà dei singoli.
Anche l’approccio alla digitalizzazione è contraddittorio e poco efficace. La mancanza di modelli 1:1/BYOD equi e coerenti con il DigComp fa sì che l’uso delle nuove tecnologie non si traduca stabilmente in migliori livelli di apprendimento.
Gli effetti del quadro descritto sono attestati sia dalle rilevazioni PISA, da cui è possibile ricavare un confronto fra i livelli di competenze degli studenti italiani e quello degli studenti di altri Paesi, sia dalle prove INVALSI, che hanno evidenziato la presenza di una significativa variabilità interscolastica e territoriale. A tale riguardo, è opportuno segnalare come gli stessi dati delle rilevazioni nazionali siano poco fruibili pubblicamente: senza trasparenza su indicatori come l’“effetto scuola”, si indeboliscono sia l’accountability sia le possibilità per un miglioramento complessivo.
La formazione iniziale dei docenti italiani presenta storicamente una forte discontinuità normativa e istituzionale. Negli ultimi vent’anni si sono succeduti modelli diversi, senza una cornice stabile. Il percorso abilitante attuale da 60 CFU, pur rafforzato rispetto ai 24 CFU precedenti, resta inadeguato per l’eccessiva brevità e per la sproporzione fra teoria e pratica: il tirocinio copre solo un terzo del percorso, molto meno rispetto ad altri sistemi europei, e non garantisce esperienze in contesti scolastici diversificati. La mancanza di un solido orientamento iniziale e l’insufficiente attenzione alla figura del docente come “ricercatore” aggravano la debolezza del modello formativo.
Il reclutamento si fonda ancora su un sistema di graduatorie stratificato (GPS, concorsi, mobilità) che attribuisce grande peso all’anzianità e a titoli a volte slegati dalla qualità didattica. Questo meccanismo ha favorito sia il fenomeno della “supplentite” sia la proliferazione di certificazioni utili ai fini del posizionamento in graduatoria, senza una reale garanzia di professionalità. L’Italia è inoltre stata più volte richiamata in sede europea per l’abuso di contratti a termine. Tale instabilità incide sulla continuità didattica e sulla qualità del servizio educativo (Eurydice).
Sul versante della valutazione, l’Italia si distingue per l’assenza di un sistema organico di incentivi economici al personale docente meritevole, basato sulla qualità didattica, e il 27% degli insegnanti italiani dichiara di non aver mai ricevuto feedback formali sul proprio lavoro. Inoltre, le opportunità di carriera sono limitate e le attività aggiuntive scarsamente retribuite, mentre gli stipendi sono significativamente inferiori alla media OCSE a parità di anzianità.
Nel sistema scolastico italiano, numerosi studenti si trovano in condizioni di fragilità educativa. Questa categoria comprende alunni con background migratorio, con disturbi specifici dell’apprendimento (come DSA e ADHD) e che vivono disagi psicologici o psichiatrici. Ne fanno parte anche quelli che crescono in famiglie con scarse risorse economiche, culturali o linguistiche, spesso sovrapposte.
Tali condizioni di partenza si traducono in svantaggi scolastici concreti (Bucca Drouhot 2024, ISTAT): maggiori probabilità di fallimento formativo, minori opportunità di accesso all’università, maggiore esposizione all’abbandono precoce. Una categoria particolarmente svantaggiata è quella dei figli di immigrati (Aktas et al. 2022), sovraesposti ad achievement gap e abbandono scolastico e fortemente penalizzati dalla segregazione precoce dei percorsi scolastici, la cui scelta dipende più dall’origine familiare degli alunni che dall’effettivo potenziale. Gli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono tutelati dalla normativa vigente, ma diagnosi tardive, piani didattici disattesi e scarsa formazione degli insegnanti rendono frammentario il diritto allo studio. A questi ostacoli si sommano condizioni poco riconosciute di sofferenza psichica tra adolescenti, con un aumento significativo (AGIA, UNICEF) dei disturbi mentali e dei tentativi di suicidio in età scolare. Le scuole, in genere, non dispongono di figure professionali adeguate per affrontare questi problemi, né di spazi stabili di ascolto. Infine, l’accesso ad attività sportive, artistiche e culturali resta fortemente diseguale, concentrato in contesti familiari e territoriali più favoriti.
Queste disuguaglianze rischiano di trasformarsi in divari permanenti.
Per superare i problemi cronici del sistema educativo si propone una riforma che parta dall’ordinamento scolastico, ispirata ai modelli dei Paesi con cicli unici.
Ciclo unico fino ai 18 anni: un percorso articolato in 12 anni (5 di primaria, 5 di secondaria e 2 di liceo), con materie comuni obbligatorie che forniscano le competenze indispensabili per vivere nel mondo attuale (materie core) e materie opzionali in quota crescente nell’arco del corso di studi (materie elective), la cui offerta è predisposta dalle scuole in autonomia, in risposta alle caratteristiche della popolazione studentesca, alle potenzialità del territorio e alla specifica identità educativa dell’istituto.
Tempo lungo: estensione del tempo scuola offerto agli studenti fino alle 18.00 con mensa, studio guidato, attività sportive e laboratori musicali, teatrali e di danza accessibili a tutti.
Diploma unico: alla fine del percorso scolastico viene rilasciato un diploma che riporta i corsi frequentati e gli esami superati e certifica le competenze acquisite dallo studente. Viene a cadere la distinzione fra diplomi di maturità a favore di metriche basate su criteri trasparenti e confrontabili.
Orientamento permanente: il tutoring deve evolvere in funzione istituzionale organica, per guidare gli studenti nella scelta delle materie opzionali e nel percorso post-diploma, contrastando abbandoni e dispersione.
Per quanto riguarda la scuola dell’infanzia e primaria: estensione dell’obbligo a partire dai 3 anni per garantire pari opportunità educative, favorire lo sviluppo cognitivo e sociale dei bambini fin dalla più tenera età e aiutare le giovani madri al reinserimento lavorativo; rinnovo dell’edilizia scolastica e investimenti oculati nelle infrastrutture; formazione continua degli insegnanti e adeguamento dello stipendio con gli altri ordini di scuola per avvicinarlo ai livelli europei; allargamento dell’organico di potenziamento introdotto dalla l. 107/2015 anche per la scuola dell’infanzia, senza gli attuali vincoli restrittivi.
Per favorire lo sviluppo di una moderna cultura della valutazione e migliorare gli indicatori scolastici a ogni livello si propone di:
implementare (almeno) nelle materie core, per ogni grado di scuola, nuove modalità di verifica basate su prove finali nazionali e d’istituto al termine dei corsi quadrimestrali o annuali, riducendo l’arbitrio valutativo e privilegiando rispetto alla valutazione sommativa il feedback diretto e la valutazione formativa in itinere
limitare la ripetenza, salvo casi particolari, ai soli corsi non superati, eliminando la bocciatura per la scarsa evidenza dei suoi benefici e riconoscendo l’esito positivo delle prove finali in alcune materie
fare leva sull’orientamento come funzione istituzionale organica al fine di ridurre l’abbandono e la dispersione e favorire l’accesso all’istruzione terziaria, anticipandone le tappe al primo ingresso degli alunni nel sistema educativo e monitorandone l’effettivo impatto con pubblicazione e analisi dei risultati (ci si potrà avvalere inoltre di figure interne e/o esterne formate ad hoc, nonché delle molteplici iniziative di enti e istituzioni del territorio)
garantire ampia diffusione e rigorosa esposizione del significato e degli esiti delle rilevazioni nazionali, promuovendo trasparenza e accountability da parte delle istituzioni scolastiche, così da identificare i punti di forza e di debolezza del sistema di istruzione e gettare le basi per interventi mirati.
Nell’ottica di un riorientamento della didattica scolastica, si propongono sia interventi sulle metodologie che sulla tipologia dei contenuti trasmessi.
Per le materie umanistiche: valorizzare la dimensione laboratoriale anche nelle attività di lettura e scrittura; dedicare maggiore spazio ad attività che incentivino lo sviluppo dell’argomentazione; educare al corretto uso delle fonti; superare il canone come unico orizzonte; introdurre corsi facoltativi (ad es. Etica, Filosofia della scienza, Latino, Greco) e prove comuni dipartimentali per allineare didattica e competenze.
Per le materie STEM: adottare un’impostazione centrata sullo studio di problemi/progetti autentici, con riferimento alla storia delle idee e una maggiore attenzione alle applicazioni reali; attribuire maggiore rilevanza alla spiegazione del procedimento; valorizzare la dimensione della interdisciplinarità e promuovere l’uso mirato di rubriche e feedback.
Per le materie tecniche: inserire nel biennio finale del ciclo unico corsi propedeutici a 16 anni e corsi avanzati a 17-18 anni, ospitati negli attuali IT/IP per sfruttare laboratori e competenze. L’obiettivo è ridurre sia la dispersione che il mismatch fra studio e lavoro, rafforzando le soft skills e orientando verso una scelta più consapevole dell’ITS/Università o della specializzazione professionale.
La valutazione deve essere coerentemente impostata sul ciclo obiettivi-evidenze-feedback-azioni, con tempi di restituzione certi, criteri trasparenti e monitoraggio nei rispettivi team. In questo ambito, la valutazione formativa ha il compito di orientare il processo di apprendimento, mentre quella sommativa certifica i risultati conseguiti.
A livello organizzativo, è necessario che le prove nazionali e d’istituto siano svolte con frequenza e sistematicità. Il Sistema Nazionale di Valutazione avrà l’obiettivo di ridefinire il processo valutativo in base ai criteri di semplicità e trasparenza. La pubblicazione in forma comprensibile degli indicatori (incluso l’“effetto scuola”) avrà invece il compito di orientare le famiglie e di fornire indicazioni utili al miglioramento didattico, sia a livello individuale che d’istituto.
La digitalizzazione dovrà essere attuata secondo una logica coerente, centrata sul modello 1:1/BYOD con sostegno all’equità, definizione di standard minimi per i devices e le piattaforme e separazione netta tra dispositivi didattici e smartphone personali. Sarà riservata particolare attenzione ad attività legate allo sviluppo delle competenze digitali DigComp e all’uso critico dell’IA.
Si propone inoltre l’introduzione di due nuovi insegnamenti obbligatori: l’educazione finanziaria, incentrata su obiettivi misurabili, integrazione con matematica e storia, promozione di progetti e attività extra-didattiche, family engagement; l’educazione sessuo-affettiva, integrata nel programma di educazione civica e focalizzata su temi quali consenso, salute, parità e inclusione, con percorsi suddivisi per età.
Riteniamo che tali discipline possano svolgere un ruolo importante nell’acquisizione di alcune competenze trasversali, contribuendo in modo significativo alla maturazione psicofisica dello studente.
Per garantire ai futuri docenti competenze professionali adeguate, la formazione iniziale deve consolidarsi come percorso universitario abilitante, centrato non solo sulle discipline ma anche su pedagogia, psicologia dell’apprendimento e metodologie didattiche innovative, con un tirocinio diretto e un praticantato finale. È fondamentale che la preparazione non si riduca a un adempimento formale, ma fornisca competenze professionali solide, integrate da esperienze in contesti scolastici eterogenei.
Sul reclutamento occorre superare definitivamente il sistema delle graduatorie, all’origine di precarietà e inefficienze. Si propone l’istituzione di un albo nazionale non graduato, nel quale i docenti abilitati metteranno a disposizione degli istituti un portfolio pubblico. L’assunzione avverrà tramite procedure di chiamata e colloquio, volte ad accertare l’idoneità del candidato al progetto formativo dell’istituto, garantendo selezione trasparente e valorizzazione del merito.
La valutazione degli insegnanti deve evolvere in una funzione organica del sistema educativo, in ottica di crescita professionale e di miglioramento degli indicatori scolastici. Si propone di implementare un sistema di valutazione degli insegnanti che integri in modo bilanciato metriche quantitative (risultati nelle prove standardizzate) e qualitative (osservazioni in classe da parte di figure interne e/o esterne formate ad hoc e feedback da parte degli studenti). La valutazione determinerà l’attribuzione di premi stipendiali per incentivare l’impegno e l’efficacia didattica, ma anche attività formative obbligatorie e percorsi di mentoring per chi incontra difficoltà, senza ricorrere a logiche punitive.
Occorre infine rendere più efficiente la gestione delle istituzioni scolastiche e valorizzare (anche sul piano economico) le attività aggiuntive istituendo figure dirigenziali intermedie (middle management) che offrano al personale docente opportunità di carriera e rendano la professione attrattiva e sostenibile nel tempo.
Affrontare in modo strutturale le disuguaglianze educative richiede interventi integrati su più livelli. Occorre partire da investimenti nelle infrastrutture educative e culturali, potenziando scuole, biblioteche e centri giovanili; istituire centri di prossimità multifunzionali nei quartieri più fragili, con équipe miste di educatori, mentori e orientatori; attivare interventi comunitari che coinvolgano famiglie, scuole e istituzioni, costruendo una rete di supporto che offra reali occasioni di crescita educativa e sociale.
La scuola, in particolare, deve diventare un vero spazio di inclusione, adottando il tempo lungo e garantendo l’accesso gratuito ad attività extrascolastiche, con ampliamento dell’offerta artistica e sportiva tramite laboratori e corsi (anche in collaborazione con le società sportive del territorio), oggi troppo spesso riservati a chi può permetterseli. Tale modello richiede un sistema di trasporto pubblico compatibile con gli orari pomeridiani, affinché le opportunità offerte siano realmente accessibili.
Ogni scuola dovrebbe essere un luogo in grado di stimolare la “capacità ad aspirare”. Inoltre, per rispondere ai bisogni linguistici degli alunni con cittadinanza straniera è necessario garantire la presenza stabile di mediatori linguistici e culturali, insieme a corsi intensivi di Italiano per chi si inserisce tardi nel sistema scolastico. È infine essenziale promuovere la salute mentale degli adolescenti con programmi come YAM, supporto psicologico scolastico, screening precoci per i DSA ed educazione emotiva.