L'Italia si posiziona a livello intermedio in Europa per parità di genere e inclusione sociale, come evidenziato da studi recenti (WeWorld Index, Eurostat, EIGE, ISTAT). Il Gender Equality Index la colloca al 14° posto, sotto la media UE, nonostante significativi progressi nell'ultimo decennio, soprattutto nel rafforzamento della presenza femminile in ruoli apicali e nell'imprenditoria.
Il sistema normativo italiano si fonda sui principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale (artt. 3 e 51 Cost.) e si ispira alle direttive europee e agli impegni internazionali (Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, CEDU, ONU).
La Strategia Nazionale per la Parità di Genere 2021-2026, affiancata da programmi dedicati alla riduzione delle disuguaglianze, rappresenta uno strumento fondamentale per promuovere l’autonomia economica, la partecipazione politica e il benessere sociale, in coerenza con gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Il raggiungimento di un'equità di genere nel lavoro, ancora segnato dal gender pay gap, la promozione dell'imprenditoria femminile, unitamente alla partecipazione politica delle donne sono temi centrali e indicatori chiave di democrazia inclusiva.
L'Italia registra il tasso di occupazione femminile tra i più bassi nell'Unione Europea (52% nel 2023, a fronte di una media UE del 70,2% - Fonte Eurostat 2023), con una forte concentrazione di donne in settori a bassa retribuzione e un'elevata incidenza del lavoro part-time, inclusa la percentuale più alta di occupazione part-time involontaria in Europa. Enormi le differenze territoriali: mentre alcune regioni del nord Italia si avvicinano ai tassi di occupazione UE, le regioni del sud (Sicilia, Campania, Calabria e Puglia in particolare) hanno un'occupazione femminile intorno al 35%.
Le donne partecipano meno alla politica attiva (solo circa il 6% nel volontariato politico) e mostrano minore fiducia nelle proprie competenze politiche, anche a parità di istruzione, preferendo contesti meno gerarchici come il volontariato sociale (9,1%), dove sentono maggiore efficacia e inclusività.
La piena inclusione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro richiede politiche efficaci, in cui l'assistente personale svolge un ruolo fondamentale nel garantire autonomia e dignità. Infatti, secondo il rapporto ISTAT del 2022, il mercato del lavoro per le persone con disabilità presenta ancora gravi carenze: solo il 32,5% di coloro tra i 15 e i 64 anni è occupato e appena il 20% è attivamente alla ricerca di un lavoro.
I diritti sanitari, come l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), sono essenziali per la libertà e la dignità individuale. Sebbene l'IVG sia disciplinata dalla legge 194/1978, è spesso ostacolata dall'alta percentuale di medici obiettori, che nel 2021 ha superato il 60% tra i ginecologi.
In Italia permangono barriere strutturali e culturali che limitano l'uguaglianza di genere e l'inclusione sociale. Persiste un significativo gender gap nei salari e nei livelli occupazionali, soprattutto tra giovani donne e madri, aggravato dalla cosiddetta child penalty e dalle difficoltà nella conciliazione tra lavoro e cura, che penalizzano la presenza femminile nei ruoli apicali.
Le donne incontrano inoltre barriere culturali, discriminazioni e fenomeni di violenza politica che ostacolano la loro piena partecipazione alla vita democratica e istituzionale.
L'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è spesso ostacolato dall'obiezione di coscienza e da diseguaglianze territoriali.
Le persone con disabilità incontrano ancora enormi difficoltà: il collocamento mirato risulta poco efficace, manca un diritto universale all'assistente personale e il ruolo del caregiver familiare non è pienamente riconosciuto e tutelato.
L'implementazione normativa presenta forti disomogeneità territoriali, con disparità evidenti tra regioni e aree urbane o periferiche, sia nell'applicazione delle leggi — come nei servizi per l'IVG e nell'inclusione educativa e lavorativa — sia nell'accesso ai servizi di welfare. Si rileva inoltre un significativo divario tra la conoscenza e la reale fruizione dei diritti, ostacolata da bassa alfabetizzazione giuridica, complessità burocratiche e scarsa capacità di advocacy delle fasce vulnerabili.
I meccanismi di monitoraggio e valutazione risultano insufficienti, con assenza di raccolta dati sistematici e open data sulle discriminazioni multiple e sui gap di accesso ai servizi. Le dinamiche di esclusione sociale coinvolgono la povertà educativa, le disuguaglianze di opportunità fin dall'infanzia e gli ostacoli per minori vulnerabili e migranti, con ricadute intergenerazionali legate a fattori socio-economici, culturali e linguistici.
Persistono resistenze culturali radicate in stereotipi di genere e orientamento sessuale, che rallentano l'emancipazione dei ruoli e alimentano opposizioni valoriali nel dibattito pubblico, in particolare su temi quali la genitorialità omogenitoriale, l'educazione sessuo-affettiva e la parità in politica.
Per contrastare in modo strutturale il divario retributivo di genere (gender pay gap) e la penalizzazione economica legata alla maternità (child penalty), è urgente ripensare il sistema di politiche pubbliche che oggi, spesso inconsapevolmente, perpetua un modello culturale e sociale incentrato sul ruolo maschile di "breadwinner" e sulla marginalizzazione del lavoro femminile. Proponiamo di riformare il sistema dei congedi parentali per garantire un diritto eguale e indipendente dal genere del genitore, superando la distinzione tra maternità e paternità a favore del principio di genitorialità condivisa. Vogliamo rendere i congedi non trasferibili, affinché il periodo spettante a ciascun genitore resti a uso esclusivo e il carico di cura non ricada nuovamente sulla donna.
Introdurre una disciplina che assicuri piena parità di trattamento e obbligatorietà della durata del congedo per entrambi i genitori, prevedendo che i primi cinque mesi siano riservati esclusivamente alla madre, i successivi cinque mesi destinati in via esclusiva al padre e un ultimo mese fruibile da entrambi i genitori unicamente se il padre avrà effettivamente usufruito del proprio periodo di congedo.
Tale misura è concepita per ripartire equamente tra entrambi i genitori il cosiddetto 'child penalty' senza tuttavia determinare nuovi oneri economici per l’azienda rispetto allo schema attualmente in vigore.
Per promuovere la partecipazione femminile alla politica è fondamentale introdurre nelle scuole l'educazione alla cittadinanza politica come materia specifica e, parallelamente, adottare politiche di rappresentanza equilibrata. Questi strumenti contribuiscono a costruire istituzioni più inclusive e realmente rappresentative della diversità sociale
Riconoscere l'IVG come diritto fondamentale. Costruire un Paese più giusto significa riconoscere che l'autodeterminazione delle donne è un pilastro della democrazia. L'Italia non può più rimanere indietro sui diritti fondamentali.
Per questo proponiamo:
La qualità di una democrazia si misura dalla capacità di garantire a tutti i cittadini con disabilità una vita indipendente e dignitosa. L'inserimento lavorativo deve basarsi su un collocamento mirato efficace, centri per l'impiego rinnovati e percorsi formativi orientati a competenze reali. I permessi ex L. 104/92 vanno proporzionati alla gravità e al bisogno; strumenti come banca ore, part-time reversibile e lavoro agile vanno ampliati e resi concretamente fruibili. Va rafforzata la figura dell'assistente personale scelto dalla persona.
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