L’Unione Europea è chiamata ad affrontare sfide cruciali che determineranno il suo ruolo nel contesto politico del XXI secolo.
In un mondo dove potenze autoritarie guadagnano terreno e la competizione tecnologica ridefinisce gli equilibri globali, l’Europa non può più permettersi di stare ferma: il costo dell’inazione ha superato di gran lunga quello del cambiamento.
Le proposte che seguono mirano a sbloccare il potenziale europeo attraverso riforme concrete e attuabili, superando l’attuale distanza tra grandi dichiarazioni di principio e scarsi risultati concreti. Il documento si articola in sei capitoli:
L’insieme delle proposte mira a trasformare l’Europa in un attore globale credibile, scongiurando l’irrilevanza a cui l’attuale immobilismo ci sta condannando.
La comunità scientifica internazionale concorda ampiamente sul fatto che il cambiamento climatico attuale ha origine prevalentemente antropogenica, causato principalmente dall’emissione di gas serra derivanti dalle attività umane. L’aumento della concentrazione media di CO₂ (da 280 a 420 ppm), CH₄ e N₂O è incontestabile. Le prove empiriche e la modellistica climatica confermano che i modelli che considerano solo cause naturali non riescono a spiegare il riscaldamento osservato.
L’UE ha risposto con il Green New Deal e una pluralità di strumenti normativi, come:
Il green deal europeo non sempre ha scelto gli strumenti più efficaci per la transizione energetica. Ad esempio, nessun impulso è stato dato allo sviluppo del nucleare civile. Non si è stati in grado di promuovere celermente alcune infrastrutture necessarie alle fonti rinnovabili (reti). Infine, la cooperazione internazionale volta a coinvolgere altri blocchi economici è stata perlopiù trascurata. Le emissioni europee, già in discesa, rappresentano solo circa il 6% delle emissioni globali, rendendo il problema non risolvibile unicamente tramite riduzioni interne.
L’attuale strategia UE si focalizza esclusivamente sugli interventi domestici, spesso non ottimali, comportando sacrifici economici e di competitività per l’Italia e l’Europa senza massimizzare l’impatto sulla mitigazione globale.
Interventi nei Paesi in via di sviluppo (PVS) o nei Paesi europei meno avanzati risulterebbero più efficienti: tali Paesi utilizzano tecnologie più obsolete e inquinanti e avranno un peso sempre crescente nelle emissioni globali; focalizzarsi sulla riduzione in tali aree comporterebbe quindi maggiori benefici a costi inferiori.
Tuttavia, le normative attuali limitano o escludono la possibilità per l’UE di contabilizzare come risparmi propri le riduzioni di emissioni ottenute tramite progetti finanziati in Paesi terzi. Questo scoraggia la cooperazione internazionale nei progetti di mitigazione più cost-effective, per timore di fenomeni come greenwashing o double counting.
Si propone di concentrare gli sforzi sugli interventi di mitigazione più cost-effective e in linea con le evidenze scientifiche, per massimizzare l’impatto sulla riduzione globale delle emissioni. In concreto:
L’attuale contesto geopolitico richiede che l’Europa costruisca una capacità autonoma in materia di difesa, superando la dipendenza dagli Stati Uniti per asset strategici. Nonostante il potenziale (1.360.000 militari attivi per la sola UE), l’Europa soffre di frammentazione, disomogeneità delle capacità militari, acquisti al di fuori del mercato europeo e un’industria della difesa frammentata. Il problema più urgente è la penuria preoccupante di munizionamento. Le numerose iniziative passate (PSDC, PESCO, EDF, etc.) non hanno risolto le criticità principali.
Il problema fondamentale è la mancanza di integrazione e standardizzazione. Le difformità nelle capacità militari, la dispersione delle risorse e la sovrapposizione delle strutture impediscono un’efficacia operativa e un’autonomia strategica credibili. Senza una difesa comune integrata, l’Europa non può esercitare un ruolo globale significativo. L’opposizione più forte risiede nella paura della perdita di sovranità nazionale.
È imprescindibile procedere rapidamente verso una Difesa Europea Integrata.
Ripristino Munizioni: Priorità assoluta è il ripristino delle scorte di munizioni, tramite acquisizioni comuni UE e standardizzazione.
Integrazione Istituzionale: Utilizzare strumenti giuridici come un protocollo aggiuntivo ai trattati, cooperazione rafforzata, o la ratifica (urgente per l’Italia) del Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED), che porrebbe seriamente la questione dell’integrazione.
Struttura Operativa: Creare un organismo politico di gestione (es. Consiglio di Sicurezza Europeo e/o Commissario alla Difesa) e un Corpo d’Armata Europeo iniziale di almeno 60.000 soldati, con capacità complete (terrestre, aerea, navale, cyber).
Industria della Difesa: Istituire una Direzione Europea degli Armamenti per armonizzare l’industria, promuovendo standardizzazione ed economie di scala. L’investimento in tecnologia dual-use di frontiera porterebbe benefici economici significativi.
La crescente instabilità internazionale e il possibile disimpegno degli USA dalla difesa nucleare dell’Europa implicano la necessità di costruire una deterrenza nucleare italiana ed europea. Attualmente, l’Italia partecipa al sistema NATO, ma per ottenere una maggiore autonomia strategica europea è opportuno rafforzare la deterrenza già presente nel continente (Francia e Regno Unito). Il Trattato di Non Proliferazione (TNP) ha mostrato i suoi limiti nel prevenire la proliferazione globale.
Il rischio principale è la mancanza di una chiara garanzia nucleare europea che copra la sicurezza nazionale italiana in caso di minaccia diretta. La modularità e l’efficacia difensiva della NATO necessitano di essere ampliate con una dimensione europea integrata.
La strategia deve mirare a rafforzare l’autonomia strategica europea senza indebolire il rapporto con gli Stati Uniti.
L’integrazione del mercato finanziario europeo è tutt’altro che completa, con criticità in quattro aree principali:
Diritto Assicurativo e di Distribuzione Assicurativa: Nonostante le direttive di liberalizzazione (come Solvency II) che prevedono il sistema di autorizzazione unica, le normative locali (specialmente sulla distribuzione assicurativa e sul contratto di assicurazione) rimangono profondamente diverse nei 27 Paesi membri. Ciò limita il vantaggio del sistema di autorizzazione unica, moltiplica i costi per imprese e intermediari che vogliono operare transfrontalieramente, e costituisce una barriera al mercato unico.
Piattaforme Post-Trading: In Europa, a causa della sua storia di divisioni tra Stati, esistono ancora decine di organismi diversi che gestiscono le operazioni dopo gli scambi finanziari: le CCP (Central Clearing Counterparty) (che garantiscono che le transazioni vadano a buon fine) e i CSD (Central Securities Depository) (che custodiscono i titoli). Oggi abbiamo 14 CCP e 24 CSD, mentre negli Stati Uniti tutto è centralizzato in un unico ente, la DTCC. Questo sistema europeo, chiamato già nel 2006 “modello spaghetti” per la sua complessità, crea grandi inefficienze: costi informatici e gestionali elevati, maggiori oneri di supervisione per l’ESMA (l’autorità europea dei mercati), protocolli di comunicazione non uniformi e regole legali e fiscali diverse da paese a paese. Il risultato è un notevole svantaggio competitivo rispetto agli USA..
Unione dei Mercati dei Capitali (CMU/SIU): Le imprese europee si affidano ancora troppo ai prestiti bancari (l’80% dei fondi finanziari). I risparmi delle famiglie (31% in depositi) non vengono canalizzati efficacemente verso investimenti ad alto potenziale, a differenza degli Stati Uniti (12% in depositi). Il Venture Capital (VC) è debole; il volume di investimenti in VC negli USA è circa tre volte quello europeo. I fondi pensione europei, pur detenendo asset per circa 2,7 mila miliardi di euro, investono in VC meno dello 0,02% dei loro asset totali (Figura 1).
Unione Bancaria: L’integrazione sostanziale del settore bancario è stagnante dal 1999 e peggiorata dopo la crisi del 2008. Le banche USA sono sistematicamente più efficienti (in termini di redditività sul capitale proprio e margini di interesse) rispetto a quelle europee, che appaiono stagnanti o in calo nel valore di borsa. La frammentazione persiste a causa della bassa fiducia nel sistema della Banking Union, che porta le banche a preferire operare tramite filiali sussidiarie e limita i prestiti transfrontalieri quasi esclusivamente al mercato interbancario. Questo è aggravato anche dalle differenze regolamentari a livello nazionale, che persistono e ostacolano la creazione di un mercato bancario davvero integrato nell’UE.
Diritto Assicurativo e Distribuzione Assicurativa: Le regole sulle assicurazioni cambiano molto da Paese a Paese in Europa, senza che ci siano reali motivi legati a esigenze locali. Questa frammentazione rende difficile per le compagnie operare oltre confine. La direttiva europea IDD è solo parziale (“principle based”) che dovrebbe armonizzare la materia, lascia ancora troppo spazio alle singole legislazioni nazionali. Inoltre, alcuni Stati aggiungono regole extra (goldplating), come avviene in Italia con l’obbligo di un documento informativo aggiuntivo (DIP aggiuntivo). Questi vincoli aumentano la burocrazia per le imprese ma non offrono una reale protezione in più ai clienti.
Piattaforme Post-Trading: La mancata integrazione delle infrastrutture finanziarie in Europa mantiene un sistema complicato, lento e incline agli errori. Le differenze tra le leggi e i regimi fiscali nazionali sono il principale ostacolo. Per questo i costi degli investimenti sono più alti che negli Stati Uniti: ad esempio, i fondi comuni azionari passivi in Europa costano in media lo 0,30%, mentre negli USA solo lo 0,06%. Senza la possibilità di sfruttare economie di scala, l’Europa rimane meno competitiva. Questa inefficienza scoraggia gli investitori e porta molte piccole e medie imprese innovative a rivolgersi agli Stati Uniti per ottenere capitali.
Mercati dei Capitali/VC: La struttura normativa rende difficile il finanziamento delle startup. Il regolamento EuVECA, pensato per sostenere i fondi di capitale di rischio, è stato poco utilizzato (solo 723 fondi registrati su 4.044 attivi).I motivi principali sono vincoli troppo rigidi:
Questo porta molti fondi a restare artificialmente sotto quella soglia, limitando la raccolta di capitali e riducendo la capacità di far crescere le imprese innovative.
Unione Bancaria: La frammentazione ostacola la creazione di “campioni bancari paneuropei” capaci di competere globalmente. In Figura 2 si mostra il rendimento del capitale (cioè quanto frutta il capitale investito) delle banche UE e USA tra il 2009 e il 2018. Le banche statunitensi risultano costantemente più efficienti e redditive di quelle europee, soprattutto nella creazione di valore per gli azionisti, grazie anche al fatto che sono meno numerose, più integrate e inserite in un sistema bancario più unificato. La mancanza di un Sistema Europeo di Garanzia dei Depositi EDIS è un ostacolo cruciale, poiché le autorità nazionali sono riluttanti a condividere i rischi transfrontalieri. La scarsa integrazione comporta una cattiva allocazione dei capitali e un rischio sistemico, dove le banche sono troppo esposte al debito del proprio Paese.
L’Unione Europea si trova in una fase cruciale: l’ordine internazionale è caratterizzato da forte instabilità, nuove competizioni globali e sfide che nessuno Stato membro può affrontare da solo. Pur avendo garantito pace e prosperità senza precedenti, l’UE oggi soffre di una frammentazione politica e istituzionale che ne limita l’efficacia. Le attuali strutture, concepite per un’Europa meno numerosa e meno complessa, mostrano crescenti difficoltà a rispondere in modo rapido e unitario. Ne risente la capacità di esercitare influenza globale e di mantenere credibilità presso i cittadini. Per evitare il rischio di marginalizzazione, diventa indispensabile un salto di qualità verso maggiore integrazione, coesione interna e legittimità democratica.
Le difficoltà dell’UE derivano da limiti strutturali e politici. Il sistema decisionale, basato in gran parte sull’unanimità, produce paralisi e frena risposte tempestive. Il rispetto dei valori fondanti non è pienamente garantito e mancano strumenti forti per intervenire contro violazioni interne. La frammentazione economica e industriale riduce competitività e resilienza. Anche sul piano istituzionale, l’assetto attuale appare inadeguato a gestire ulteriori allargamenti e a rafforzare la legittimazione democratica. Infine, persistono disparità educative e linguistiche che ostacolano la costruzione di un’identità europea condivisa. In sintesi, l’Unione non dispone oggi degli strumenti politici, economici e culturali necessari per agire come attore unitario e rilevante nello scenario globale.
Per aumentare l’influenza globale dell’UE, è necessario un percorso di evoluzione graduale e concreta.