Candidato alle Elezioni Suppletive del 22-23 marzo

Camera dei deputati – Collegio Uninominale Veneto 2-02.

Università e ricerca

Tesi Programmatica

Glossario

  • MUR: Ministero dell’Università e della Ricerca.
  • PRIN: I PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) sono finanziamenti pubblici erogati dal MUR per sostenere progetti di ricerca scientifica di rilevante interesse nazionale, condotti da gruppi di ricerca delle università e degli enti pubblici di ricerca.
  • FIS: Il Fondo Italiano per la Scienza (FIS) è uno strumento nazionale istituito per finanziare progetti di ricerca di eccellenza, selezionati attraverso bandi competitivi gestiti dal MUR. È destinato a ricercatori e gruppi di ricerca che propongono studi innovativi, con un processo di valutazione internazionale simile a quello dei bandi dell'European Research Council (ERC).
  • ANVUR: L'ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) è l'ente pubblico italiano che si occupa della valutazione della qualità della ricerca, della didattica e delle università in generale. È responsabile della VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), della valutazione dei corsi di studio, dei dottorati e dei criteri di accreditamento delle sedi universitarie. Opera sotto la vigilanza del Ministero dell'Università e della Ricerca.
  • CRUI: La CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) è un'associazione che riunisce i rettori delle università italiane. Fondata nel 1963, ha il compito di rappresentare e coordinare il sistema universitario italiano nei confronti delle istituzioni pubbliche, promuovere il miglioramento della qualità dell'istruzione superiore e partecipare al dibattito su politiche accademiche e scientifiche.
  • Valore legale del titolo di studio: Il valore legale del titolo di studio è la rilevanza che un titolo accademico ha nell'ordinamento giuridico italiano, in particolare per l'accesso a concorsi pubblici e per l'abilitazione a determinate professioni.
  • ISEE: L’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) è un indicatore in euro della condizione economica delle famiglie italiane, calcolato combinando redditi, patrimoni e caratteristiche del nucleo familiare. Nel contesto universitario, l’ISEE viene utilizzato per determinare l’accesso a benefici come esonero o riduzione delle tasse universitarie e borse di studio, applicando soglie di reddito e franchigie previste dalla normativa vigente.

Contesto

Negli ultimi decenni, la dinamica del cambiamento economico, sociale e culturale ha conosciuto un’accelerazione senza precedenti, alimentata dalla rapida crescita della conoscenza e dal potenziamento delle capacità tecniche di intervento concreto sulla realtà. Tale processo può essere, a sua volta, ricondotto a un sistema globale di formazione universitaria, accessibile a un numero sempre maggiore di persone. In sintesi, l’ecosistema universitario è il terreno di coltura da cui dipende il benessere socio-economico di ogni Paese. Di conseguenza, assicurarne il funzionamento e il continuo miglioramento dovrebbe essere tra le priorità di ogni governo.

L’Università svolge tre funzioni chiave.

  • Didattica: formazione avanzata su conoscenze consolidate;
  • Ricerca: generazione di nuove conoscenze;
  • Trasferimento (Terza Missione): collegamento tra il mondo accademico, la società e le imprese..

In Italia, il sistema universitario conta circa 1,96 milioni di studenti iscritti (a.a. 2023/24), con circa 386.000 laureati annui. Tuttavia, la diffusione del titolo di studio terziario rimane bassa rispetto agli standard europei: solo il 30,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato, a fronte di una media UE del 43,1% (2023). La percentuale di adulti (25-64 anni) con titolo terziario si attesta al 21,6% contro una media europea del 35,1%. Le sezioni seguenti approfondiscono problemi e soluzioni per ciascun ambito.

Figura 1: Percentuale di popolazione tra 25 e 34 anni che raggiunge l'educazione terziaria nei paesi dell'unione europea.

Problemi

1. Sottofinanziamento, pessima gestione dei fondi e logiche clientelari

Il finanziamento resta uno dei principali nodi critici. L’Italia investe solo lo 0,4% del PIL nell’istruzione terziaria, contro una media UE dello 0,8%. La spesa per studente (8.800 euro) è molto inferiore rispetto a quella della Germania (15.000) e ai Paesi Bassi (17.000).

Il finanziamento pubblico è ancora in gran parte basato su criteri storici. Il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) rappresenta il grosso della quota rilasciata agli atenei (9,4 mld nel 2025). La quota premiale del FFO, che dovrebbe essere destinata a premiare gli atenei virtuosi e che costituisce solo il 30% dell’ammontare totale, è in realtà distribuita “a pioggia” con un indice di Gini inferiore a quello della quota base. Questo, unito al sottofinanziamento cronico del sistema, impedisce l’attuazione di logiche premiali basate sulla produttività scientifica e sulla qualità dell’insegnamento, riducendo la spinta all’innovazione e alla ricerca eccellente. I recenti fondi competitivi stanziati dal MUR, come PRIN e FIS, restano marginali. Dal 2022 sono stati lanciati il PRIN 2022 (circa 741 milioni di euro) e il PRIN 2022 PNRR (420 milioni di euro), entrambi finanziati in parte dal PNRR; con un tasso di successo del ~ 48% (3.753 su 7.817). Sempre dal 2022, il FIS 2 ha visto stanziamenti di circa 330 milioni di euro per gli anni 2022-2023 (ripartiti in Starting, Consolidator, Advanced Grants) e una successiva edizione (FIS 3) con altri 432 milioni di euro a fine 2025, finanziando 326 progetti su 5.000 candidati per l’ultima edizione, circa il 6-7% di successo. I fondi competitivi PRIN e FIS rimangono insufficienti per coprire adeguatamente i costi di ricerca e per trattenere i giovani talenti, a fronte ad esempio della DFG (Deutsche Forschungsgemeinschaft, la Fondazione tedesca per la ricerca) in Germania che, dal 2021, ha finanziato più di 31.600 progetti con un budget annuale totale di 3,6 miliardi di euro. La DFG in Germania funge da agenzia di distribuzione di fondi per progetti di ricerca, principalmente per le università, ed è simile alla Agence Nationale de la Recherche (ANR) francese. Non esiste un’analoga dedicata istituzione in Italia, dove tutto viene regolato a livello del MUR. A differenza di DFG e ANR, il finanziamento PRIN e FIS è discontinuo e non segue una programmazione annuale adeguata alle esigenze della ricerca. Inoltre, i fondi PRIN e FIS sono al centro di numerose controversie: da un lato, si denunciano presunti tagli al FFO mascherati da nuovi bandi, con un effetto netto nullo nonostante gli annunci di maggiori finanziamenti; dall’altro, si critica la scarsa trasparenza delle graduatorie del FIS, caratterizzate da valutazioni opache, segnalazioni di abusi e diffuse richieste di maggiore chiarezza e meritocrazia nelle assegnazioni. Infine, l’assenza di autonomia salariale ostacola la competizione per i talenti. La ridotta mobilità accademica e gli assetti istituzionali poco meritocratici penalizzano i giovani ricercatori, bloccando l’accesso a carriere stabili.

Tabella 1: Indice di Gini per l'incidenza delle entrate.

In questo caso indica quanto sono distribuite le entrata dei fondi in modo più o meno diseguale tra gli atenei (0 indica distribuzione perfettamente equa, 1 massima disuguaglianza)

2. Disuguaglianze sociali e territoriali

Le condizioni economiche familiari influenzano fortemente l’accesso e la permanenza negli studi. Gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito sono sottorappresentati nella popolazione studentesca. Considerando congiuntamente i livelli di istruzione dei padri e delle madri dei laureati analizzati da AlmaLaurea, si osserva che il 32,2% ha almeno un genitore con un titolo di studio universitario (nel 2014 era il 28,0%), confermando che l’Italia si trova agli ultimi posti in termini di mobilità sociale educativa. Le borse di studio sono insufficienti e spesso non assegnate con criteri meritocratici. Inoltre, essendo la prima rata pagata dopo il primo semestre, non riescono a coprire le necessità dei più bisognosi, ossia delle famiglie con più problemi di liquidità. L’Italia ha poi uno dei più alti tassi di studenti fuori corso in Europa: come mostrato in Figura 2, l’Italia risulta essere fanalino di coda per quanto riguarda il completamento degli studi nel tempo prefissato dal corso di laurea. Vi sono pronunciate differenze territoriali, specialmente tra nord e sud, che si manifestano nell’accesso ad alloggi, nella disponibilità di servizi e nei tassi di abbandono.

Figura 2: Tasso di completamento degli studi per studenti triennali in paesi europei.

3. Eccessiva burocrazia.

I processi amministrativi sono complessi e dispendiosi. I docenti devono dedicare molto tempo ad attività burocratiche a scapito della didattica e della ricerca. Persino gli strumenti tecnologici per gestire gli acquisti sono centralizzati e spesso finiscono per incrementare il numero di compiti amministrativi, piuttosto che ridurli.

4. Fuga di cervelli e scarsa internazionalizzazione

Carriere poco trasparenti, mancanza di fondi e stipendi bassi spingono molti ricercatori a emigrare. Solo l’8,4% dei professori ordinari proviene da atenei diversi da quello di assunzione. Meno del 5% del personale accademico è straniero, contro il 35% dei Paesi Bassi; le collaborazioni internazionali sono inferiori alla media UE, così come i corsi in inglese e l’attrattività per gli studenti stranieri. Tutto ciò limita l’innovazione, l’attrattività e lo scambio scientifico.

Figura 3: Rapporto tra ricercatori entranti e ricercatori uscenti da ogni paese EU.

In Italia, per ogni 100 ricercatori uscenti, vi sono meno di 80 ricercatori entranti, evidenziando un problema di brain-drain.

5. Debole connessione col mercato del lavoro e scarsa capacità di trasformare i risultati della ricerca in innovazione.

Il valore legale del titolo di studio implica che il titolo rilasciato da un’università o da un istituto scolastico riconosciuto dallo Stato sia un atto pubblico che certifica in modo uniforme e indiscusso il superamento di un determinato corso di studi, con specifiche modalità e livelli
definiti per legge. Perciò, esso limita la differenziazione tra atenei, sottovalutando le competenze reali nei concorsi e favorendo l’inflazione dei titoli e il mismatch tra formazione e mercato. Secondo l’OCSE, il 35% dei laureati ha competenze non allineate al mercato e solo il 75,4% dei 30-34enni è occupato entro tre anni dalla laurea, contro l’87,7% in UE. Mentre le università telematiche, soprattutto nel Centro-Sud, sono viste più come strumenti per ottenere titoli piuttosto che per sviluppare competenze concrete. L’assenza di atenei di riconosciuta eccellenza internazionale e connessi al mondo del lavoro risulta in un limitato sviluppo di spin-off universitari, piccoli e sottodimensionati, spesso dipendenti da legami accademici o dal sostegno pubblico, con scarsa capacità di scalare e innovare. La mancanza di sinergia tra università e industria, aggravata da vincoli normativi che impediscono ai docenti di svolgere ruoli operativi in imprese, frena la cultura industriale accademica e l’orientamento della ricerca alle esigenze produttive.
L’assenza di atenei di riconosciuta eccellenza internazionale e connessi al mondo del lavoro risulta in un limitato sviluppo di spin-off universitari, piccoli e sottodimensionati, spesso dipendenti da legami accademici o dal sostegno pubblico, con scarsa capacità di scalare e innovare. La mancanza di sinergia tra università e industria, aggravata da **vincoli normativi** che impediscono ai docenti di svolgere ruoli operativi in imprese, frena la cultura industriale accademica e l’orientamento della ricerca alle esigenze produttive.

Figura 4: Percentuale di lavoratori che hanno skill non adeguate alla professione.

L’Italia ha uno dei più elevati tassi di disconnessione tra conoscenze acquisite e conoscenze necessarie al mondo del lavoro.

Proposte

Per affrontare i problemi appena esposti non bastano aggiustamenti marginali: serve una visione strategica e riformatrice, capace di trasformare radicalmente il rapporto tra università, Stato, mercato del lavoro e territori. Le proposte che seguono non sono un piano dirigista, ma strumenti pragmatici per muoversi verso questa visione. I nostri principi cardine sono: valorizzazione del merito e delle competenze attraverso una competizione sana; autonomia gestionale con vera responsabilizzazione sui risultati; apertura internazionale e al mondo produttivo: un disegno coerente per superare l’attuale modello burocratico-centralizzato e costruire un sistema dove la qualità determina le risorse e l’università diventa protagonista dello sviluppo economico e sociale del Paese. Per arrivare ad un’università libera di scegliere, ma responsabile dei propri risultati.

1. Riforma della governance e dei finanziamenti universitari, promuovendo la competizione tra atenei

Rafforzare il sistema universitario italiano richiede una riforma profonda dei finanziamenti e della governance, con l’obiettivo di promuovere una reale competizione tra atenei e dipartimenti, basata sulla qualità della ricerca e della didattica. È necessario un aumento della spesa almeno sino alla media dei paesi con il nostro livello di reddito così da contrastare l’attuale sottofinanziamento cronico del sistema universitario italiano. Questo passaggio deve essere accompagnato da una trasformazione dell’attuale “quota premiale” dei FFO, introducendo dei veri criteri trasparenti e qualitativi per l’assegnazione delle risorse, che tengano conto anche dell’evoluzione nel tempo dei risultati così da valutare le università che fanno bene nonostante partano da condizioni svantaggiate. Serve aumentare la proporzione di quota premiale, avendo come obiettivo i livelli dei paesi nordici in cui supera il 70% del finanziamento totale, così da costituire un reale incentivo al miglioramento continuo, introducendo maggiore competitività e attrattività internazionale del sistema italiano. Questo richiede una profonda revisione degli strumenti di valutazione del sistema universitario, che devono diventare veri garanti della qualità e dell’efficacia dell’intero settore. L’organismo valutante deve diventare pienamente indipendente dalle logiche politiche, assumendosi la responsabilità di definire criteri chiari, trasparenti e scientificamente fondati. Il suo compito principale sarà verificare il raggiungimento degli obiettivi di ricerca e didattica e monitorare la qualità complessiva delle istituzioni e dei corsi offerti.

Parallelamente, occorre rafforzare significativamente l’autonomia finanziaria, gestionale e salariale degli atenei. Le università devono poter decidere come impiegare le proprie risorse, potenzialmente investendo strategicamente sui settori che reputano più competitivi e di maggior qualità. L’autonomia salariale, in particolare, consentirebbe agli atenei di premiare il merito e la produttività, rendendo il sistema più capace di attrarre e trattenere i migliori docenti e ricercatori, anche dall’estero. In questa prospettiva, l’università dovrebbe evolvere verso modelli più flessibili di governance e gestione, con la possibilità di trasformarsi in fondazioni senza scopo di lucro, dotate di una maggiore capacità di programmazione strategica e di reperimento di risorse aggiuntive. Tale trasformazione, già prevista ma mai pienamente realizzata, rappresenterebbe un passo decisivo per consolidare l’autonomia del sistema universitario, rafforzare la responsabilità dei decisori e stimolare la competizione virtuosa tra gli atenei, nell’interesse della qualità della ricerca e della formazione.

Occorre assicurarsi che l’assegnazione dei finanziamenti alla ricerca avvenga secondo criteri trasparenti, stabili e realmente indipendenti dalle logiche politiche o discrezionali del Ministero, come si fa in altri paesi (con l’UKRI in UK, il DFG in Germania, il FWF in Austria, e NSF in US). Con scienziati che valutano scienziati. Dobbiamo puntare su un unico sistema di grant competitivi, continuativi e scalabili allineandosi agli standard europei dell’ERC, razionalizzando gli strumenti esistenti e convergendo verso il modello del Fondo Italiano per la Scienza (FIS). Il FIS, già concepito con criteri comparabili a quelli dell’ERC, potrebbe diventare l’architrave del finanziamento competitivo nazionale, assorbendo progressivamente programmi oggi frammentati (PRIN, Finalizzata, ecc.) e, al tempo stesso, sostenendo le carriere accademiche emergenti attraverso grant dedicati, percorsi di tenure track con valutazioni periodiche e tempi certi, incentivi alla mobilità internazionale e un aumento delle borse di dottorato adeguato agli standard europei. Una differenziazione interna dei programmi è necessaria, prevedendo strumenti specifici per giovani ricercatori, grandi progetti collaborativi, ricerca di base e innovazione applicata. A questo si deve affiancare un aumento progressivo della quota di fondi pubblici assegnata tramite bandi competitivi, fino ad almeno il 20% del budget totale per il finanziamento all’università, in linea con la media europea. I bandi dovrebbero essere pubblicati con cadenza regolare, secondo criteri chiari e non soggetti a modifiche arbitrarie, e prevedere un’adeguata copertura dei costi indiretti (overhead).

2. Superamento del valore legale del titolo

Il valore legale del titolo di studio ha rappresentato per anni un fattore di uniformità nazionale, ma oggi si configura come un ostacolo alla differenziazione e alla qualità. Per superare questa rigidità, è necessario eliminare la valutazione uniforme del titolo di studio, indipendentemente dalla sua natura e qualità, valorizzando maggiormente le prove selettive.
L’accesso alle professioni regolamentate dovrebbe restare vincolato a percorsi di abilitazione rigorosi, con un ruolo attivo nella verifica delle competenze e con sistemi di aggiornamento continuo, in linea con i modelli europei.

3. Università Professionalizzanti

Un ulteriore passo decisivo riguarda gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS) e corsi di laurea professionalizzanti. In un’ottica di politiche attive del lavoro, andrebbero potenziate le opportunità offerte dai percorsi annuali (IFTS) e biennali, incrementando il ventaglio di corsi ITS ad alta specializzazione per settori specifici già connessi con le scuole superiori locali.

Inoltre, Università e ITS dovrebbero fuoriuscire dalla logica a doppio binario, con l’obiettivo di collaborare per la nascita di vere e proprie Università Professionalizzanti. Ciò comporta l’espansione dell’attuale offerta con corsi terziari di VI livello EQF, la possibilità – già nel breve termine – di proseguire con corsi magistrali e il pieno riconoscimento dei crediti formativi, grazie a passerelle chiare tra il mondo ITS e quello accademico ordinario. Questi istituti dovrebbero essere soggetti a valutazioni qualitative volte a misurare il tasso di occupabilità, le aspettative di salario, la crescita del capitale umano e l’impatto sul sistema produttivo europeo.

4. Spin-off universitari

Le università devono rafforzare il legame con i territori e le imprese, diventando protagoniste dell’innovazione tramite spin-off, incubatori e collaborazioni con PMI ed amministrazioni locali. Si propone di istituire meccanismi di facilitazione burocratica (ad esempio superando gli obblighi notarili), standardizzare i term sheet (ossia tutti quei documenti che sintetizzano i principali termini di un’operazione) e aumentare le risorse per la ricerca applicata. Per incentivare l’imprenditorialità accademica, si suggeriscono dottorati industriali cofinanziati, l’eliminazione delle incompatibilità per i docenti, la valorizzazione delle esperienze di ricerca e la definizione di standard condivisi con CRUI e con associazioni imprenditoriali. È importante potenziare i centri universitari ad alta performance, creare reti tra gli Uffici di Trasferimento Tecnologico e migliorare la formazione manageriale, prendendo esempio dal programma tedesco EXIST. Introdurre meccanismi di ritorno sull’investimento (ROI) pubblico per consentire alle università di acquisire quote nelle start-up nate dal proprio ecosistema, così che i soldi pubblici investiti nelle università e nella ricerca tornino alla collettività sotto forma di risorse finanziarie.

5. Campus univeritari

Il rilancio dell’università passa anche attraverso una nuova idea di campus: luoghi aperti, integrati e sostenibili. È necessario abbandonare il modello di università frammentata nei centri delle città e investire nella riqualificazione delle periferie, delle aree industriali dismesse nelle metropoli e degli edifici pubblici nelle città medio-piccole, con l’obiettivo, ove possibile, di trasformarli in campus unici e integrati che accolgano in un unico luogo corsi, studentati, laboratori e servizi. Tali interventi, finanziati tramite la competizione per il finanziamento pubblico e i partenariati pubblico-privati, vanno accompagnati da un potenziamento dei trasporti e dei servizi nelle zone extraurbane, così da ridurre il pendolarismo e riequilibrare le disuguaglianze territoriali. L’offerta di alloggi per studenti deve crescere in modo deciso: attualmente solo il 9% degli studenti accede alle residenze pubbliche, un dato da incrementare nei prossimi anni, almeno coprendo gli aventi diritto, attraverso fondi pubblici e partenariati pubblico-privati. Laboratori condivisi aperti a università, imprese e startup – sul modello dei campus di Eindhoven e Delft – potrebbero rendere gli atenei italiani più attrattivi anche per studenti e ricercatori internazionali.

6. Nuovo Diritto allo Studio

Nel breve periodo è necessario rafforzare gli strumenti che garantiscono liquidità immediata agli studenti, aumentando e adeguando le borse di studio al costo della vita nelle diverse città, anticipandone l’erogazione all’inizio dell’anno accademico e semplificando i criteri di accesso. Allo stesso modo, i prestiti per studenti vanno potenziati e resi pienamente accessibili, con garanzia statale al 100% e meccanismi di rimborso attivati solo al raggiungimento della stabilità economica. Questi strumenti sono essenziali per sostenere chi oggi rischia la non iscrizione o l’abbandono per mancanza di liquidità, in particolar modo quindi per ragazzi provenienti da condizioni molto svantaggiate. Ciò renderebbe più sostenibile anche per i meno abbienti l’accesso all’università, riducendo il costo della scelta tra lavoro e formazione universitaria.

Tuttavia, borse e prestiti non possono rappresentare la soluzione strutturale al problema dell’accesso all’università. Il nostro obiettivo di fondo è la costituzione di un’università sostanzialmente gratuita con tasse flat molto basse. Il sistema attuale, basato su esoneri parziali e su meccanismi legati all’ISEE, ha prodotto distorsioni, disuguaglianze e complessità amministrative, senza garantire equità né trasparenza, premiando se non addirittura incentivando fenomeni di evasione ed elusione fiscale. L’ISEE presenta infatti varie criticità: può non riflettere la reale condizione economica delle famiglie poiché si basa su redditi e patrimoni di anni precedenti; non sempre tiene conto di spese straordinarie o situazioni di difficoltà temporanea; il calcolo è complesso e poco trasparente; infine, il criterio del nucleo familiare e dello stato di famiglia può generare distorsioni, poiché studenti con genitori separati o divorziati vengono spesso inseriti nel nucleo del genitore economicamente più debole, beneficiando di un ISEE molto basso e pagando così tasse universitarie nulle o fortemente ridotte, anche in presenza di risorse complessive familiari più elevate. Inoltre, il gettito riscosso dagli atenei tramite tasse universitarie risulta di scarsa entità (1.5 mld circa nel 2023). Infatti, nel 2022 ben il 37,8% degli studenti presenti iscritti negli atenei pubblici risulta completamente esentasse, con oltre la metà di loro che versa meno di 1000 euro annualmente. In ragione di tutto ciò, la nostra proposta è di finanziare l’università con una tassa minima standard, uguale per tutti, senza richiedere ulteriori contributi a studenti meritevoli ed in pari con la carriera universitaria. Per recuperare parte del mancato gettito e ridurre il numero di fuoricorso, proponiamo misure di tassazione addizionale per studenti fuori corso. L’intervento non deve limitarsi alle tasse, ma includere un sistema coordinato di servizi, in collaborazione con i campus, come mense, trasporti agevolati e materiali didattici

7. Razionalizzazione organizzativa e burocratica

Un aspetto fortemente distorsivo del sistema universitario italiano è quello dell’elevato numero di appelli d’esame (di solito tra i 5 e 7 all’anno, ma in certi casi fino a 12), che presenta svariati effetti negativi:

  1. assorbe una quantità enorme di tempo e risorse dei docenti;
  2. incentiva uno studio mnemonico e superficiale;
  3. induce gli studenti a ripetere gli esami più volte fino ad ottenere un voto soddisfacente;
  4. allunga, anziché accorciare, i tempi effettivi di laurea, mediamente 1-2 anni superiori rispetto alla durata teorica del corso di studi.

Proponiamo di introdurre una sperimentazione che permetta, su base volontaria, ai singoli corsi di studio, di sostituire il sistema degli appelli con un sistema di valutazione continua (continuous assessment), in cui i progressi dello studente sono valutati in più fasi durante il corso, tramite quiz, progetti, laboratori, esercitazioni e compiti assegnati per casa. Questo metodo empiricamente è il migliore in termini di livello di apprendimento e gradimento da parte degli studenti, ed il più efficace per arginare il fenomeno della dispersione accademica.
Il cambiamento sarebbe attuabile anche a parità di risorse economiche e di tempo del personale docente: l’aumento di risorse impiegate nella valutazione continua sarebbe bilanciato dall’eliminazione del sistema degli appelli. È comunque auspicabile che le università allochino maggiori risorse in assistenti alla didattica o tutor, che affianchino e supportino gli studenti nel loro percorso di studi e coadiuvino i docenti nel monitoraggio e nella valutazione continua degli studenti.

Proponiamo poi di investire nella figura del tecnologo, figura di supporto fondamentale alla ricerca e alla didattica che si occupa di aspetti tecnici e tecnologici, come la gestione dei laboratori, di software e progetti ed aiuta ricercatori e docenti a svolgere le loro attività in modo efficiente.

Occorre infine superare strumenti burocratici inefficaci, come i time sheet (registri dove si autodichiarano le ore dedicate a lavoro e ricerca), che spesso si traducono in obblighi formali scollegati dalla realtà e che sottraggono tempo prezioso alla didattica e alla produzione scientifica. Questi meccanismi, invece di incentivare la qualità, finiscono per alimentare una cultura della sfiducia. Il superamento di questa cultura è essenziale. Serve passare da un modello fondato sul controllo a uno basato sulla trasparenza, sulla responsabilità e sulla competizione positiva all’interno delle comunità accademiche.

8. Internazionalizzazione e terza missione

È necessario promuovere l’internazionalizzazione attraverso politiche che favoriscano la mobilità di studenti e docenti, semplifichino il riconoscimento dei titoli esteri e amplino l’offerta di corsi in lingua inglese e di programmi di doppio titolo. Questi interventi sono fondamentali per attrarre talenti da tutto il mondo e per fermare l’emigrazione dei migliori ricercatori italiani.
Infine, la cosiddetta “terza missione” deve diventare parte integrante della strategia universitaria. Le università devono essere protagoniste dell’innovazione nei territori, attraverso la creazione di hub che uniscano formazione, ricerca e sviluppo economico. Solo così sarà possibile trasformare il sapere accademico in crescita concreta per il Paese.

Conclusione

L’elenco di proposte qui presentate disegna un’università realmente accessibile, dinamica e internazionale, capace di attrarre e trattenere talenti e di generare conoscenza, innovazione e impiego lavorativo; un sistema che premia l’eccellenza, valorizza il merito indipendentemente dall’origine sociale e trasforma la conoscenza in valore concreto per la collettività. Con questa riforma, università e ricerca riconquistano il loro ruolo naturale: essere motori autentici di crescita economica, di coesione sociale e di progresso civile. La nostra proposta mira ad un cambiamento culturale: il passaggio da un sistema fondato sul controllo a uno fondato sulla fiducia. Da una logica di conformità a una logica di impatto. Da un’università che chiede risorse a un’università che le guadagna con merito.

Approfondimenti

Nei Paesi anglosassoni, come il Regno Unito e gli Stati Uniti, il titolo non ha valore legale: il suo peso dipende dalla reputazione e dalla qualità degli atenei. In Olanda e in Germania, invece, agenzie indipendenti come la NVAO e la ZEvA assicurano l’accreditamento e il monitoraggio della qualità dei corsi (Cimino, 2015). Questo approccio consente di mantenere standard elevati senza uniformare rigidamente i titoli, stimolando la competizione e la differenziazione. La Germania destina oltre il 35% dei fondi alla ricerca competitiva, gestiti principalmente dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG), mentre nel Regno Unito l’agenzia UKRI coordina miliardi di sterline in grant ogni anno. Negli Stati Uniti, agenzie come NSF e NIH finanziano grandi progetti con overhead fino al 40%, che coprono i costi indiretti delle istituzioni (OECD, 2020). L’Italia ospita meno del 5% di studenti stranieri, contro l’13% della Germania e il 23% del Regno Unito (OECD, 2025).

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