ORA! presenta la Riforma del Diritto allo Studio Universitario Universale Un piano organico per portare l’Italia oltre il 40% di giovani laureati in dieci anni, rendendo l’università realmente gratuita, accelerando i percorsi di studio e valorizzando il capitale umano.
L’Italia ha un problema di capitale umano che ne frena la crescita. Nel 2025 solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea, contro una media europea del 44,8%: siamo penultimi nell’Unione, davanti alla sola Romania, e il divario invece di chiudersi si allarga. A questo ritardo si somma un problema di efficienza dei percorsi, poiché ci si iscrive con oltre un anno e mezzo di ritardo e circa quattro studenti su dieci vanno fuori corso. Infine, la fuga di talenti che si aggrava: tra il 2011 e il 2024 sono espatriati oltre 630.000 giovani, con una quota di laureati tra gli emigrati salita dal 38,7% (2019) al 50,9% (2023), a fronte di un sistema poco internazionalizzato (4,8% di studenti stranieri, contro l’8,4% europeo).
L’università è lo strumento di mobilità sociale per eccellenza, ma oggi resta troppo spesso condizionata dalla famiglia di origine e dal luogo di provenienza. Mancano gli studentati, e per i fuori sede i costi diventano proibitivi. Senza un cambio di passo il quadro peggiorerà: dal 2027 il calo demografico svuoterà le aule. Per questo ORA! e il suo segretario Michele Boldrin presentano la Riforma del Diritto allo Studio Universitario Universale, che supera l’attuale modello basato sull’ISEE, strumento poco equo e facilmente aggirabile, e mette al centro l’autonomia e la responsabilizzazione dello studente attraverso sette interventi.
Un investimento sostenibile. Il costo netto della riforma è stimato in circa 2,2-2,5 miliardi di euro l’anno, pari a poco più dello 0,1% del PIL e allo 0,2% della spesa pubblica: un investimento strutturale finanziabile tramite una revisione della spesa pubblica. L’obiettivo è triplice: rimuovere le barriere economiche che frenano l’iscrizione, evitando trasferimenti indiscriminati alle famiglie più abbienti; consentire una scelta del percorso meno condizionata dal luogo di origine; e rendere l’Italia più attrattiva per gli studenti internazionali, di cui circa il 18% resta poi a lavorare nel Paese. La riforma rende inoltre inderogabile un cambio delle condizioni per trattenere i giovani laureati, con politiche fiscali e industriali che rendano conveniente restare in Italia. In gioco c’è la capacità del Paese di formare le proprie classi dirigenti e di alimentare l’innovazione di cui ha bisogno per crescere.
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