In Sudan è in corso una guerra civile iniziata a metà del 2023 che rappresenta l’ennesimo conflitto di vasta portata nel paese e una delle più grandi tragedie umanitarie degli ultimi decenni. Il conflitto è scoppiato il 15 aprile 2023 tra le forze armate sudanesi (guidate dal generale presidente Al-Burhan) e le Rapid Support Forces (RSF), un corpo paramilitare guidato da Emetti Dagalo (capofamiglia dei Dagalo). La guerra civile è stata innescata dalla richiesta di Al-Burhan a Emetti di integrare le RSF nell’esercito. Emetti ha risposto attaccando la capitale, Khartoum (Kartum), cercando di prendere il potere.
Le RSF derivano dai Janjawiid (demoni a cavallo), milizie Baggara (arabofone) originariamente armate da Gheddafi. Queste forze hanno una lunga storia di violenza, stragi e pulizia etnica, in particolare nel Darfur (come nel genocidio contro i cristiani dei primi anni 2000). L’attenzione si è spostata su Alfashir, l’ultima roccaforte significativa nel Darfur non controllata dai ribelli. La città è stata assediata per 18 mesi. I Janjawiid hanno costruito un terrapieno tutt’intorno alla città per impedire l’arrivo di rifornimenti e la fuga dei civili. La città è caduta dopo che i soldati della Sesta Divisione di Fanteria delle forze armate sudanesi hanno negoziato un salvacondotto per sé stessi, lasciando i civili in balia dei conquistatori. La caduta di Alfashir ha portato a un massacro annunciato e a pulizie etniche e stupri di massa, documentati anche da immagini satellitari che mostrano tracce di sangue sparse. La crisi umanitaria è di scala enorme: si contano 12 milioni di profughi (tra sfollati interni e coloro che hanno lasciato il paese), un numero in netto peggioramento rispetto agli 8 milioni di un anno e mezzo prima. L’insicurezza alimentare grave interessa la metà della popolazione, ovvero più di 24 milioni di persone. Le ostilità, compresi i blocchi degli oleodotti a causa dell’avanzata ribelle, hanno messo in difficoltà il governo di Al-Burhan e hanno contribuito a destabilizzare il confinante Sud Sudan. L’andamento della guerra è influenzato dagli appoggi internazionali alle due fazioni:
Il Sudan si sta dividendo in due macro-blocchi economici: i produttori/esportatori di petrolio contro i produttori/esportatori di oro. Le istituzioni internazionali faticano a fronteggiare l’emergenza umanitaria. L’Italia ha relazioni strette con gli Emirati Arabi Uniti, già nel 2021 abbiamo minacciato un embargo di armi contro il paese arabo, senza metterlo in pratica, ma comunque subendo il contraccolpo di essere espulsi dalla base aerea di Al Minhad, la più importante base logistica che i nostri militari avevano in Medio Oriente, proprio nel momento critico. Cioè mentre il nostro contingente si ritirava dall’Afghanistan ed evacuavamo Kabul. Di contro nel 2021 vendemmo 56 milioni di euro di armamenti agli EAU e 121 milioni nel 2022. Nel 2024 abbiamo toccato la cifra record di 293 milioni di euro di vendite.
Viste le relazioni che l’Italia ha con gli attori in gioco nella guerra civile sudanese, al fine di fermare o limitare il massacro in corso e dare risalto alla tragedia cui è sottoposta la popolazione civile sudanese, noi chiediamo che il governo:
Ad oggi riteniamo che una missione militare sostenuta dalla comunità internazionale o tentativi di mediazione tra le parti in causa siano irrealistici. L’opzione migliore è interrompere o comunque contrastare il flusso di armi e denaro che alimenta la guerra. Qui il nostro paese ha buone possibilità di farlo e quindi ha anche una responsabilità nei confronti della comunità internazionale. Chiediamo che il governo abbia il coraggio di fare la cosa più ovvia e giusta.