Le Nostre POSIZIONI POLITICHE
I problemi non si risolvono con slogan o promesse ma con riforme strutturali. Non puoi alzare i salari senza aumentare la produttività. Non puoi far funzionare sanità e giustizia senza portare il merito nella pubblica amministrazione. Non puoi innovare senza attrarre investimenti. Non puoi trattenere i giovani senza dare loro un Paese che li valorizzi.
Ogni posizione di ORA! nasce da un lavoro di analisi serio. Per ogni tema abbiamo prodotto una tesi programmatica, un documento dove raccogliamo i dati, studiamo il problema e sviluppiamo le proposte. Le tesi sono state elaborate dalle nostre commissioni di esperti e successivamente discusse, votate e approvate dal partito. Dentro ogni sezione trovi la sintesi e il link alla tesi completa.
È il nostro modo di fare politica: trasparente e verificabile.
Più investimenti privati in innovazioneL'Italia investe in venture capital un quarto rispetto a Francia e Germania, un quattordicesimo rispetto al Regno Unito. Il problema non è il talento, è un ecosistema dell'innovazione che non funziona. Le nostre proposte in 4 punti:
Riduzione pressione fiscale sul lavoroIl fisco italiano punisce chi lavora e produce mentre protegge chi vive di rendita. È ORA di cambiare.
Il sistema è complesso, iniquo e inefficiente. L’imposta sui redditi (IRPEF) grava quasi esclusivamente sul lavoro produttivo. I contributi sociali sono tra i più alti al mondo.
Bisogna smettere di usare il fisco come strumento di consenso e restituirgli una logica economica.
Ci battiamo per un sistema più semplice, equo e trasparente: meno imposte sul lavoro e più contributo da patrimoni e rendite, profondo ridimensionamento delle detrazioni e dei regimi speciali, neutralizzazione del “fiscal drag”, abolizione dell’IRAP, contrasto serio all’evasione con strumenti digitali e regole stabili.
Investire in innovazione & tecnologiaDobbiamo porre l’innovazione al centro della politica economica.
Oggi siamo fuori dalla competizione globale sull’innovazione. Con appena 1,5 miliardi di euro di investimenti in venture capital nel 2024, il nostro Paese non riesce a creare economie di scala né imprese ad alto valore aggiunto. Francia e Germania investono quattro volte di più, il Regno Unito quattordici. Servono regole fiscali stabili e chiare per restituire fiducia agli investitori, le università devono diventare motori d’impresa, e serve sostenere l’Unione dei Mercati dei Capitali e un 28th Regime Europeo
Sistema fiscale chiaroUna PMI italiana impiega 238 ore l'anno per adempiere agli obblighi fiscali. In Estonia ne bastano 50. Questa complessità sottrae tempo, risorse e produttività alle imprese, per un impatto economico stimato in 57 miliardi di euro l’anno.
Un fisco incomprensibile non è un fisco che funziona. È un fisco che alimenta evasione, scoraggia gli investimenti e punisce chi prova a fare le cose in regola.
Per cambiare le cose bisogna semplificare il numero di imposte e aliquote, eliminare la giungla di detrazioni e regimi speciali, garantire stabilità normativa a chi investe, e costruire un sistema dove pagare le tasse sia semplice, trasparente e alla portata di tutti.
Spesa pubblica efficienteL’Italia destina alla spesa pubblica oltre il 54% del PIL, dieci punti in più della media OCSE. Eppure investe meno in sanità, scuola e infrastrutture rispetto all’Europa. Il risultato? Uno Stato che spende moltissimo per mantenere l’esistente ma troppo poco per costruire il futuro.
Questa spesa rigida e improduttiva alimenta l’alta pressione fiscale, frena la crescita e rende il Paese vulnerabile a ogni crisi. Intanto proliferano bonus, incentivi e partecipate inutili: miliardi bruciati senza effetti duraturi su produttività e innovazione.
Serve una svolta: meno rendite e più investimenti di qualità. Riformare le pensioni per equità e sostenibilità, tagliare gli sprechi, razionalizzare gli incentivi, chiudere le società pubbliche che non rispettano il TUSP ed accorpare quelle sotto le soglie di efficienza. Usare le risorse per ciò che conta davvero: energia, sanità, ricerca, scuola e riduzione del cuneo fiscale.
Ogni riforma seria richiede scelte: per finanziare ciò che serve bisogna tagliare ciò che non serve.
Aumento dei salariOgni partito promette salari più alti. Intanto l'Italia è l'unico Paese OCSE in cui le retribuzioni reali sono diminuite negli ultimi trent'anni: -2,9% dal 1990 a oggi, mentre la Germania cresceva del 33,7% e la Francia del 31,1% (OCSE/Censis). Non è un'anomalia: è il risultato di decenni di produttività ferma, bonus a pioggia e slogan al posto di riforme.
I salari non si alzano per decreto. Si alzano quando le imprese crescono, innovano e competono. Per arrivarci bisogna aggredire i nodi veri: abbattere il costo del lavoro spostando il carico fiscale dalle buste paga, semplificare le regole per chi fa impresa, incentivare la contrattazione decentrata che lega i salari ai risultati, investire in innovazione e formazione. Solo un'economia che cresce genera salari che crescono. Tutto il resto è propaganda.
Più opportunità per i giovaniUn Paese che perde i suoi giovani è un Paese che rinuncia al futuro. Nel 2024, 56.000 cittadini italiani sono emigrati; il deflusso netto ha superato le 100.000 unità, e circa il 70% del deflusso netto riguarda la fascia 18-39 anni; il doppio rispetto a dieci anni fa. Questi numeri potrebbero essere addirittura sottostimati secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici. Chi resta si scontra con un mercato del lavoro che li tiene ai margini: precari, sottopagati, senza prospettive. Due terzi dei giovani italiani vivono ancora con i genitori. In Europa sono meno della metà.
Per decenni la politica ha scelto di proteggere chi il futuro lo ha già vissuto, scaricando il conto su chi deve ancora costruirselo. È ORA di invertire la rotta.
Per cambiare le cose bisogna fare scelte coraggiose: riformare il sistema pensionistico e di welfare significa ridurre il peso che oggi grava sul lavoro e liberare risorse da impiegare in modo più produttivo. Destinarle a istruzione, ricerca, università e politiche che sostengano l’occupazione femminile e le famiglie, come il potenziamento degli asili nido, può accrescere il potenziale di crescita del Paese. Una crescita più solida aiuta le imprese a innovare, migliora la qualità dell’occupazione e crea le condizioni perché le nuove generazioni possano accedere davvero alla casa e al credito.
Semplificazione dei contratti di lavoroIn Italia esistono quasi mille contratti collettivi nazionali. Erano 551 nel 2012, oggi sono quasi il doppio (CNEL). Tre quarti sono firmati da sigle minori che coprono una manciata di lavoratori. Nel frattempo, chi vuole assumere si trova davanti un groviglio di regole, tipologie e adempimenti che rende ogni assunzione un rischio burocratico.
Ma la complessità non genera protezione. Genera illegalità. ISTAT stima circa 3,1 milioni di unità di lavoro irregolari equivalenti a tempo pieno nel 2023.
Bisogna semplificare drasticamente le forme contrattuali, dare forza alla contrattazione aziendale e locale dove i risultati si vedono, e costruire un quadro normativo che renda assumere in regola più semplice e conveniente che assumere in nero.
Welfare mirato, non assistenzialismoIl fisco italiano è costruito al contrario. Chi lavora e fa impresa si trova schiacciato da un cuneo fiscale tra i più alti d'Europa, oltre il 47%. Chi possiede patrimoni, a prescindere dalla sua ricchezza, gode di una tassazione tra le più basse del continente. la Francia raccoglie entrate sensibilmente maggiori dell’Italia dalle imposte legate alla proprietà, a seconda della categoria considerata (Osservatorio CPI/OCSE).
Il segnale è chiaro: nel nostro Paese conviene ereditare piuttosto che produrre e rischiare.
Per ripartire bisogna alleggerire il carico su chi lavora e fa impresa, far pagare il giusto ai grandi patrimoni improduttivi aggiornando un catasto fermo a decenni fa, e rendere fiscalmente più conveniente investire in crescita e innovazione che accumulare rendita.
Favorire gli investimenti non le renditeIl fisco italiano è costruito al contrario. Chi lavora e fa impresa si trova schiacciato da un cuneo fiscale tra i più alti d'Europa, oltre il 47%. Chi possiede patrimoni, a prescindere dalla sua ricchezza, gode di una tassazione tra le più basse del continente. la Francia raccoglie entrate sensibilmente maggiori dell’Italia dalle imposte legate alla proprietà, a seconda della categoria considerata (Osservatorio CPI/OCSE).
Il segnale è chiaro: nel nostro Paese conviene ereditare piuttosto che produrre e rischiare.
Per ripartire bisogna alleggerire il carico su chi lavora e fa impresa, far pagare il giusto ai grandi patrimoni improduttivi aggiornando un catasto fermo a decenni fa, e rendere fiscalmente più conveniente investire in crescita e innovazione che accumulare rendita.
Stop ai sussidi a pioggiaDal 2008 a oggi i trasferimenti dalla fisclaità generale all’INPS sono passata da 73 a 180 miliardi l'anno e i bonus edilizi hanno aggiunto altri 220 miliardi in soli quattro anni. In compenso bonus psicologo, bonus gite, bonus elettrodomestici, bonus animali domestici continuano a moltiplicarsi, ognuno con le sue regole, le sue soglie ISEE, la sua burocrazia.
E dopo tutta questa spesa, la povertà non cala. La produttività non cresce. Il debito sì, quello cresce.
Noi siamo per il taglio radicale di ogni forma di sussidio e bonus a pioggia. Quelle risorse vanno reindirizzate dove cambiano davvero le cose: abbattere le tasse sul lavoro, far funzionare sanità e scuola, investire in innovazione. Servono riforme strutturali, non mancette. E serve un partito che abbia il coraggio di farlo.
Ridurre il debito pubblicoIl debito dell’Italia ha superato i 3.100 miliardi, il 137% del PIL. Ogni anno paghiamo una cifra nell’ordine della metà alta degli 80 miliardi di euro negli ultimi conti ufficiali coerenti con un onere per interessi intorno al 3,9% del PIL, il dato più alto in Europa dopo l'Ungheria: il 3,9% del PIL contro una media UE dell'1,9%. Per dare un'idea: è quasi dello stesso ordine di grandezza della spesa pubblica per istruzione in rapporto al PIL.
Ogni euro che va in interessi è un euro sottratto a scuole, ospedali, innovazione. È una tassa invisibile che pagano soprattutto i giovani, che si ritroveranno il conto senza aver deciso nulla.
Il debito non si riduce con l'austerità: si riduce facendo crescere l'economia. Aumentare la produttività, eliminare la spesa improduttiva, smettere di regalare sussidi a pioggia, e creare le condizioni per attrarre investimenti e generare PIL reale.
Sicurezza nelle cittàTutti i partiti promettono ordine e sicurezza. soprattutto quelli di destra. Poi, quando è il momento di decidere dove mettere i soldi, preferiscono distribuire bonus e mancette alle loro categorie elettorali.
Intanto, dal 2008, le forze dell'ordine hanno perso 15.000 unità e l'età media è passata da 33 a 46 anni, rendendo sempre più difficile garantire una presenza reale sul territorio.
E questo accade nonostante l’Italia sia già tra i paesi europei con il più alto numero di appartenenti alle forze dell’ordine in rapporto alla popolazione: segno che il problema non è soltanto quanti agenti ci siano, ma come si decide di investire, riorganizzare e rafforzare davvero il sistema della sicurezza.
La sicurezza non si fa con i decreti. Si fa con più agenti nelle strade, pagati e formati adeguatamente, con una giustizia tempestiva ed efficiente, e con un piano serio di rigenerazione delle periferie dove degrado e criminalità si alimentano a vicenda.
Mercato degli affitti stabile e sostenibilePer un giovane italiano avere una casa propria è diventato un privilegio riservato a chi ha una famiglia alle spalle: gli stipendi, soprattutto degli under 35, non sono cresciuti quanto i prezzi degli immobili. Nelle grandi città l'affitto arriva ad assorbire il 65% di uno stipendio netto. Per gli studenti fuorisede una stanza singola costa quanto un piccolo mutuo.
Il problema ha un nome: offerta che non cresce. I permessi di costruire sono in calo, le procedure urbanistiche lente, e il mercato si aggiusta sui prezzi invece che sulle case. Intanto 9,6 milioni di abitazioni restano vuote, quasi tutte dove non servono. Per l'edilizia pubblica mancano 500.000 alloggi. Il PNRR prevede 60.000 posti letto per studenti, il fabbisogno è 200.000. Chi vorrebbe affittare non lo fa perché uno sfratto per morosità può durare oltre un anno. E la cedolare secca sugli affitti brevi incentiva a togliere case ai residenti per destinarle ai turisti.
Per cambiare le cose bisogna aumentare l'offerta dove serve con rigenerazione urbana, studentati e edilizia sociale. Rendere l'affitto meno rischioso con procedure di sfratto certe e rapide. Eliminare il vantaggio fiscale degli affitti brevi rispetto a quelli residenziali. Aggiornare un catasto fermo a decenni fa che sottotassa gli immobili dove la domanda è più alta. Ampliare il bacino abitativo con trasporti pubblici che rendano possibile vivere anche fuori dal centro.
Immigrazione legale e controllataL'immigrazione in Italia è ostaggio della propaganda. Da una parte la destra ha sottoscritto impegni di spesa per 680 milioni (su orizzonte 5 anni) per costruire e gestire i centri in Albania che in un anno hanno visto transitare solo 219 persone. Un monumento allo spreco pagato dai contribuenti. Dall'altra la sinistra si trincera dietro la superiorità morale senza mai sporcarsi le mani sui problemi concreti che l'immigrazione crea: sicurezza, integrazione, pressione sui servizi.
Per cambiare le cose bisogna trattare l'immigrazione per quello che è, ovvero una necessità economica e demografica da governare con intelligenza:
Pari opportunità sul lavoroIn Italia permangono disuguaglianze significative, soprattutto economiche tra uomini e donne: madri e giovani donne vengono penalizzate da un sistema fiscale e di welfare che scoraggia la loro piena partecipazione al mercato del lavoro. La grande differenza fra Nord e Sud nella partecipazione femminile al mercato del lavoro suggerisce, inoltre, che ai fattori istituzionali e fiscali si sommino anche tratti culturali che non possono essere trascurati.
Ridurre le disuguaglianze di genere non è solo una questione di giustizia sociale, ma la chiave per lo sviluppo economico e civile del Paese. La nostra proposta:
Stato laicoLe leggi di un Paese democratico non possono essere scritte seguendo i precetti di nessuna religione. In Italia troppo spesso il dibattito su diritti civili, fine vita, aborto e famiglia viene ostaggio di posizioni confessionali che non dovrebbero avere alcun peso nelle scelte legislative.
Uno Stato laico non è uno Stato contro la religione. È uno Stato che garantisce a tutti la libertà di credere e di non credere, senza imporre le convinzioni di nessuno sulla vita degli altri. ORA! vuole uno Stato moderno che protegga le proprie tradizioni senza permettere che esse diventino vincoli alla libertà dei suoi cittadini.
Lotta alla criminalità organizzataLa criminalità organizzata in Italia fattura circa 40 miliardi di euro l'anno, il 2% del PIL. Se fosse un'azienda, sarebbe la quarta del Paese dopo ENI, ENEL e GSE. Almeno 150.000 imprese sono potenzialmente nell'orbita delle mafie secondo Banca d'Italia e non parliamo solo di Mezzogiorno. Siamo onesti: combattere le mafie non è un problema semplice e non esistono soluzioni miracolose. Ma va aggredito con serietà su tre fronti:
Carceri umane ed efficientiL'Italia tratta i propri detenuti in un modo indegno per un Paese civile. Quasi 64.000 persone stipate in spazi per 46.000, sovraffollamento al 138%, punte oltre il 200%. La Corte europea ci ha condannato nel 2013 per trattamento inumano. Dodici anni dopo stiamo peggio. Questa non è solo una vergogna. È un problema di sicurezza nazionale. Le forze dell'ordine e i magistrati sanno che non c'è posto e si finisce per essere più tolleranti non per buona politica ma per necessità. La soluzione la conoscono tutti, la promettono tutti, non la realizza nessuno. Bisogna costruire più carceri.
Riforma Politiche AgricoleTre numeri raccontano il problema dell'agricoltura italiana. Il primo: 487.000 aziende perse in dieci anni. Il secondo: 9,3% di capi azienda under 40, ventesimo posto in Europa (ISTAT/Eurostat). La terra in Italia costa 22.600 euro a ettaro, il doppio della media europea.
La PAC spende miliardi per mantenere lo status quo invece di finanziare chi innova e produce. Il risultato è un settore che gestisce l'85% del territorio nazionale con strutture del secolo scorso.
Per trasformare l'agricoltura italiana servono scelte coraggiose:
Rinnovabili, ma Senza IdeologiaNel 2024 le rinnovabili coprono il 41,5% della produzione elettrica, un risultato importante. Ma abbiamo le bollette tra le più alte d'Europa. Gli oneri di sistema per gli incentivi alle rinnovabili pesano sulle PMI italiane 25 volte quelli spagnoli.
Come è possibile? Paghiamo due volte: una per i sussidi folli che abbiamo elargito, un'altra per la tecnologia importata. E quando il vento cala accendiamo gas comprato al 95% dall'estero.
Per trasformare le rinnovabili da costo a vantaggio competitivo bisogna fare scelte coraggiose abbandonando le ideologie: eliminare i sussidi a pioggia, investire quei miliardi in reti e accumuli, costruire filiere produttive nazionali, e integrare il nucleare nel mix per garantire la stabilità che sole e vento da soli non possono offrire.
Trasporto Pubblico EfficienteSette spostamenti su dieci in Italia avvengono in auto privata. La ragione è semplice: non c'è altro. Il trasporto pubblico locale offre metà del servizio della media europea. La dotazione di metropolitane è meno del 40% di quella dei principali Paesi UE. Le ferrovie regionali accumulano ritardi cronici. E il sistema taxi è bloccato da un numero chiuso di licenze che protegge le rendite di posizione a spese dei cittadini. Nel frattempo le piattaforme di ride-hailing, che in mezzo mondo hanno rivoluzionato la mobilità urbana, in Italia sono imbrigliate da regolamentazioni rigide che ne impediscono lo sviluppo.
Le proposte di ORA!:
Nucleare per Indipendenza EnergeticaLa questione energetica, per un Paese senza risorse fossili che importa il 95% del gas che consuma, è puramente logica. O compri energia dall'estero e accetti che il prezzo lo decidano Russia, Stati Uniti, Algeria, Qatar e i mercati internazionali, oppure la produci in casa.
Le rinnovabili da sole non bastano, e non è un'opinione: è un dato scientifico. Sole e vento sono intermittenti. Quando calano serve una fonte stabile, e quella fonte nel mondo si chiama nucleare.
La Francia l'ha capito cinquant'anni fa: oggi il 67% della sua elettricità viene dal nucleare e il prezzo all'ingrosso è la metà del nostro. ORA! è per la reintroduzione immediata del nucleare in Italia.
Cooperazione internazionale senza sudditanzaL'Italia è un Paese alleato, non un Paese vassallo. Stare nel campo delle democrazie occidentali, nella NATO e nell'Unione Europea è una scelta di valore e di interesse che ribadiamo senza ambiguità. Ma alleanza non significa sudditanza. Quando gli Stati Uniti impongono dazi che colpiscono le nostre imprese, non possiamo semplicemente obbedire. Quando Washington cambia linea sull'Ucraina o sul Medio Oriente, non possiamo limitarci a seguire. Quando la Cina pratica commercio asimmetrico e penetra settori critici europei, non possiamo far finta di niente per non disturbare nessuno. Un alleato serio ha posizioni proprie, le difende, e negozia da pari.
Difesa Come Priorità StrategicaUn Paese che non è in grado di difendersi e subappalta la propria difesa non è un Paese libero.
Oggi l'Italia dipende da Stati Uniti per la difesa antimissile, per l'intelligence satellitare, per la cybersecurity delle infrastrutture critiche. Significa che le nostre decisioni di politica estera, energetica ed economica sono condizionate da chi ci protegge.
Eppure in Italia la difesa è ancora trattata come una spesa da minimizzare, non come la premessa della sovranità. Chi riduce tutto alla parola "riarmo" non ha capito la posta in gioco: non stiamo parlando di fare la guerra. Stiamo parlando di essere abbastanza forti da non essere ricattabili da alleati e essere rispettati dai Paesi ostili. Per difendere la nostra indipendenza servono scelte nette:
Il diritto internazionale è l'unica alternativa alla legge del più forte. Quando smette di funzionare, a pagare sono sempre i più deboli. L'invasione russa dell'Ucraina e i crimini documentati a Gaza sono entrambi violazioni gravissime. Condannare l'una e ignorare l'altra è il modo più rapido per rendere irrilevanti le istituzioni internazionali che ci proteggono tutti.
Le regole internazionali funzionano solo se valgono per tutti. L'Italia deve avere il coraggio di applicarle con coerenza, anche quando significa prendere posizioni scomode con i propri alleati.
Europa dei Risultati, Non delle IdeologieORA crede nell'Europa. Ma oggi l'Europa si riduce a una politica estera che si riduce a dichiarazioni congiunte senza conseguenze. Un processo decisionale paralizzato dall'unanimità. Non è così che si compete con le superpotenze del XXI secolo.
Interessi nazionali tutelati davveroL'Italia ha bisogno di una classe dirigente che tuteli davvero l'interesse nazionale. La destra italiana si riempie la bocca di patriottismo e poi piega la testa ogni volta che serve alzarla.
I dazi americani sulle nostre imprese passano senza resistenza. La dipendenza energetica resta invariata perché affrontare il nucleare richiede scelte impopolari. La spesa militare viene truccata con riclassificazioni contabili.
Il patriottismo non è una bandiera da sventolare ai comizi: è la capacità di difendere con coraggio gli interessi del Paese nei tavoli che contano, anche quando costa.
Rispetto del Diritto InternazionaleLorem Ipsum is simply dummy text of the printing and typesetting industry. Lorem Ipsum has been the industry's standard dummy text ever since the 1500s, when an unknown printer took a galley of type and scrambled it to make a type specimen book.
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Supporto a Ucraina e PalestinaORA! sta dalla parte del diritto internazionale. Sempre, non a corrente alternata.
In Ucraina questo significa difendere un Paese aggredito da una potenza imperialista che ha già causato oltre 200.000 morti tra i propri soldati e che colpisce l'Europa ogni giorno con sabotaggi, attacchi informatici e disinformazione. In Palestina significa rigettare la retorica della legittima difesa per giustificare bombardamenti e pulizia etnica. Per essere coerenti con i valori occidentali bisogna:
ORA! propone un modello di cittadinanza fondato sul riconoscimento della libertà individuale e la tolleranza delle diversità religiose, sessuali e culturali.
A tal fine volgiamo introdurre:
Meno burocraziaOgni anno le imprese italiane bruciano 57 miliardi di euro in burocrazia. Un'impresa italiana impiega 238 ore l'anno per gli adempimenti fiscali. In Estonia ne bastano 40. Le grandi opere strategiche richiedono in media 30 anni. Abbiamo oltre 35.000 pagine di norme tributarie e un quadro legislativo che cambia continuamente. Non è possibile fare impresa, investire o programmare in un Paese dove le regole sono troppe, incomprensibili e instabili.
Serve una riforma politica seria e condivisa per riscrivere l'intero impianto normativo e burocratico italiano, con principi fondanti chiari: ogni dato comunicato una sola volta, tempi certi e vincolanti per le autorizzazioni, digitalizzazione integrale delle procedure, e fine della produzione compulsiva di nuove leggi.
Sanità che funzionaLa sanità italiana non si sta inceppando per caso. Si sta inceppando perché da anni la si finanzia meno di quanto richiederebbero l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei bisogni di cura. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica in Italia è stata stimata al 6,3% del PIL, mentre l’OCSE e la Commissione europea continuano a segnalare liste d’attesa come principale barriera all’accesso: nel 2023 oltre il 7% della popolazione ha rinunciato a cure necessarie, e sempre più cittadini sono costretti a pagare di tasca propria per farsi curare in tempi ragionevoli.
Il problema non è solo quanti soldi spendiamo, ma come li spendiamo. Abbiamo un servizio sanitario che regge ancora grazie alla dedizione del personale, ma fatica a trattenere professionisti, soffre forti divari territoriali e scarica sui cittadini il costo dell’inefficienza. Continuare così significa accettare una sanità sempre più diseguale, dove chi può paga e chi non può aspetta.
Noi proponiamo una riforma strutturale: più risorse stabili al Servizio sanitario nazionale, personale valorizzato, medicina territoriale davvero operativa e un principio semplice di civiltà, cioè che se il pubblico non riesce a garantire una prestazione nei tempi dovuti, il cittadino non debba essere lasciato solo. Perché una sanità universale che funziona non è uno slogan: è una delle condizioni minime di un Paese serio.
Sistema pensionistico sostenibileL'Italia è il primo Paese dell'Unione Europea per spesa pensionistica in rapporto al PIL: il 15,5%, contro una media dell'11,4%. Nel 2024 il welfare tra pensioni e assistenza ha assorbito oltre 440 miliardi, a fronte di soli 240 miliardi di contributi versati. E le proiezioni dicono che la spesa salirà al 17% del PIL entro il 2040.
Il sistema è costruito per proteggere chi è già in pensione scaricando il costo su chi lavora e su chi non è ancora nato. Non è sostenibile, non è giusto.
Per garantire equità tra generazioni e un welfare sostenibile per i nostri figli serve un sistema pensionistico unico, trasparente, dove i contributi versati corrispondano alle prestazioni ricevute. Solo così si liberano le risorse che oggi mancano a sanità, scuola, giovani e riduzione delle tasse sul lavoro.
Sistema scolastico al passo coi tempiLa scuola italiana è ferma al Novecento. L'impianto risale alla riforma Gentile del 1923: il primato delle materie umanistiche su quelle scientifiche, la gerarchia implicita tra licei, tecnici e professionali, una didattica trasmissiva che premia la memoria e ignora il pensiero critico. A tredici anni un ragazzino deve scegliere l'indirizzo di studio, e quella scelta riflette la famiglia da cui viene, non reali interessi e vocazioni.
Serve una riforma strutturale dell'ordinamento scolastico che elimini la scelta di indirizzo, investire in attività pomeridiane e tempo lungo per colmare i divari sociali e favorire l’occupazione femminile, aggiornare la didattica verso pensiero critico e competenze reali e valorizzare gli insegnanti con formazione continua e carriere meritocratiche.
Tempi chiari della giustiziaIn Italia la giustizia continua a essere troppo lenta. Nel 2023 il tempo di definizione delle cause civili e commerciali di primo grado è sceso a 511 giorni, in miglioramento rispetto ai 540 del 2022, ma resta ancora il più alto dell’Unione Europea. E se si guarda all’intero percorso, tra primo grado, appello e Cassazione, per chiudere una causa civile o commerciale servono ancora circa sei anni. Anche sul penale ci sono stati progressi, con il primo grado sceso a 281 giorni dai 355 del 2022, ma la durata dei procedimenti resta un problema strutturale, tanto che l’Italia è ancora sotto supervisione rafforzata del Consiglio d’Europa per l’eccessiva lunghezza dei processi civili e penali.
Una giustizia lenta non è solo un’ingiustizia per chi aspetta una sentenza. È un freno alla crescita, agli investimenti e alla credibilità dello Stato. L’OCSE sottolinea che le riforme della giustizia civile sono decisive per aumentare gli investimenti privati e facilitare l’attuazione dei piani pubblici, e ha mostrato anche che l’inefficienza dei tribunali locali può allungare ulteriormente i tempi delle opere pubbliche. Quando far valere un contratto richiede anni, a perdere non è solo chi fa causa: perde tutto il Paese.
Per cambiare davvero servono meno norme scritte sull’onda dell’emergenza e più capacità di far funzionare quelle che già esistono. Noi proponiamo una giustizia civile più semplice e rapida, con procedure standardizzate e piena digitalizzazione; un processo penale meno intasato da reati simbolici e più concentrato sui reati che minacciano davvero sicurezza e convivenza; valutazioni serie sull’efficacia delle leggi e sulla performance degli uffici giudiziari; tempi certi per sfratti, esecuzioni e controversie commerciali. Perché in uno Stato serio la legge non deve solo esistere: deve valere in tempi ragionevoli.
Università competitiveL'università italiana dovrebbe essere il motore dell'innovazione del Paese. Invece è un sistema sottofinanziato, autoreferenziale e baronale che produce titoli di studio invece di competenze. Spendiamo meno della metà della media UE per l'istruzione universitaria. I migliori ricercatori emigrano. Chi resta affronta burocrazia e carriere bloccate. I fondi vengono distribuiti con logiche di appartenenza, non di merito.
Per rendere l’università un motore d’innovazione, competitiva e accessibile occorre:
Aderendo al partito potrai entrare nella community ufficiale con migliaia di associati, potrai unirti al tuo gruppo regionale e contribuire ai gruppi tematici con le tue competenze e le tue idee.
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